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Western States
Correre la
Western States, per un appassionato di ultra trail, è un po’
come partecipare ad un pellegrinaggio: significa calpestare i
luoghi in cui si è scritta la storia! Se poi avete anche
l’occasione di incontrare il primo uomo che ha corso le 100
miglia che ancora oggi costituiscono il percorso della gara,
allora state facendo un vero e proprio viaggio nella storia
dell’ultramaratona, rendendo omaggio alle persone ed ai luoghi
che hanno dato origine alla vostra grande passione. Penso a
queste cose mentre sono allineato al via accanto a Gordy
Ainsleigh, colui che 35 anni fa ha iniziato tutto questo,
correndo a piedi assieme ai cavalli della Tevis Cup. Allo sparo
dello starter, mentre il gruppo comincia a muoversi, gli batto
un’amichevole pacca sulla spalla: in fondo è anche grazie a lui
se oggi mi trovo qui a Squaw Valley, e gliene sono riconoscente.
Sono le 5 di
mattina, è ancora buio, ma finalmente siamo in gara. L’anno
scorso l’annullamento della Western States a causa degli incendi
è stato un colpo molto duro da digerire, soprattutto per chi è
venuto qui da molto lontano, come noi italiani. Ma per fortuna
questi brutti ricordi appartengono al passato, adesso è
finalmente il momento di agire. Fin dalle prime rampe che
conducono all’Emigrant Pass mi ritrovo a correre al fianco di
Leonardo, e così, tra una chiacchiera e l’altra, cerchiamo di
procedere senza pensare troppo a tutto quello che ci aspetta.
Gli altri italiani sono più avanti: il grande Olmo sarà
certamente con i battistrada, ed anche Marco e Piero sono
partiti forte. Io sono soddisfatto della nostra andatura, anzi,
cerco proprio di non forzare troppo ripetendo tra me e me un
vecchio ritornello di Jackson Browne: “take it easy!”. Oltre l’Emigrant
Pass il percorso è molto bello, con un paesaggio montano che più
avanti sarà sostituito da fitte foreste. La temperatura è
ottimale, il percorso prevalentemente in discesa su un sentiero
poco impegnativo tecnicamente, e quindi ci si può gustare
appieno la bellezza dell’ambiente. Leo ed io procediamo sempre
di conserva, mentre la temperatura sale inesorabilmente: già
verso le 10 il sole picchia duramente. Verso il 30° miglio
superiamo Marco Melchiorri, in un momento di crisi: manca poco
al prossimo ristoro, e sono convinto che si riprenderà presto.
L’arrivo a
Robinson Flat è impressionante: un attimo prima sei disperso in
mezzo al nulla del west americano, e di colpo ti ritrovi
circondato da centinaia di persone che applaudono ed incitano
ogni concorrente come se fosse il leader della corsa! Non mi era
mai capitato di vedere un tifo del genere! Qui rivedo per la
prima volta la crew, la mia assistenza personale (è la prima
volta che dispongo di questo lusso!) costituita da mia nipote
Stefania e dagli amici californiani Stephen e Sandy. Fa piacere,
dopo quasi 6 ore di gara, essere rincuorati da persone amiche,
anche se il livello dei ristori è altissimo: i volontari si
incaricano di riempire il camel bak mentre ci si può servire di
cibo e bibite ghiacciate; anche gli spugnaggi sono costituiti da
acqua gelida, che con questo clima è decisamente ben accetta!
Dopo qualche miglio raggiungiamo Piero, anche lui in crisi,
afflitto da problemi di stomaco. Adesso è il momento dei canyons,
che in realtà immaginavo ben più aridi e desolati. In fondo si
tratta di semplici vallate da scendere e risalire, con tratti a
volte anche ripidi. Per fortuna si corre parecchio all’ombra
degli alberi, perché il caldo adesso è veramente soffocante. Non
c’è umidità, ma in compenso si respirano nuvole di polvere
sollevate dai concorrenti precedenti. A Michigam Bluff, 55°
miglio, anche Leo sta male e si ferma un po’ a riposare, così
riparto da solo, dopo aver corso oltre metà gara in compagnia.
Io mi sento ancora relativamente bene, anche se con questo caldo
non riesco ad alimentarmi correttamente. A Foresthill sono
commosso dalla mia crew, che è riuscita a procurarmi un
frappuccino, delizioso miscuglio di caffè e gelato, che riesco a
buttar giù molto volentieri per rifornirmi di energia. Sono le
20.30, mi attrezzo di frontalino per la notte imminente, e
riparto da solo, rifiutando l’offerta dei pacer che si
propongono per accompagnare i concorrenti per il restante tratto
di percorso. Comunque vada a finire, questa è la mia gara, e
voglio viverla in prima persona senza ricorrere al sostegno
morale di un accompagnatore.
Le cose
procedono bene fino al 70° miglio, quando subisco un crollo
improvviso: di colpo i quadricipiti cominciano a far male, e non
riesco più a correre. Proseguo al passo confidando in un
recupero veloce. Purtroppo continua a fare caldo, e procedo
ormai quasi sempre a petto nudo, senza la maglietta che di
giorno serviva solo come protezione dal sole. L’acqua gelida
fino alla vita al guado di Rucky Chucky mi risveglia un po’, ma
più avanti anche lo stomaco si blocca: non riesco nemmeno più a
bere e vomito un paio di volte. All’ 85° miglio decido di
concedermi una sosta: mi sdraio per una ventina di minuti su una
branda, sotto l’occhio vigile di un premuroso medico. Kris,
questo è il suo nome, verrà poi a controllare che beva
abbastanza prima di partire e mi accompagnerà all’uscita del
ristoro per vedere se mi muovo bene. Sono stupito da tante
attenzioni! Riparto in condizioni appena un po’ migliori, ma
quadricipiti e piedi dolenti mi costringono ancora soltanto a
camminare. Piano piano, però, le miglia si accumulano, ed Auburn
è sempre più vicina.
Un’ultima
ripida salita mi conduce a Robie Point, dove mi aspetta la mia
crew. Ormai manca solo un miglio, e lo percorriamo assieme
camminando: tengo le ultime poche energie rimaste per la volata
finale. Raggiungo la pista d’atletica, con un ultimo mezzo giro
da percorrere tra gli applausi del pubblico. Corro gli ultimi
duecento metri assieme a Stefania, e finalmente taglio il
traguardo. Sono esausto, ma completamente soddisfatto di essermi
trascinato fin qui! Ritrovo subito Marco e Piero, purtroppo
ritirati entrambi, e Leo, che superata la crisi è arrivato un
paio d’ore prima di me.
Anche la
Western States ormai non è più un sogno, è passata tra le
esperienze vissute. Secondo il mio modesto parere non è una gara
bellissima, ma ha una valenza storica tale per cui ci tenevo a
correrla “once in a lifetime”. Non tornerò un’altra volta, ma
sono molto contento di averla conclusa!
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