ULTRA RUNNING    by Flavio Dalbosco

 

Western  States

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Western States

 

Correre la Western States, per un appassionato di ultra trail, è un po’ come partecipare ad un pellegrinaggio: significa calpestare i luoghi in cui si è scritta la storia! Se poi avete anche l’occasione di incontrare il primo uomo che ha corso le 100 miglia che ancora oggi costituiscono il percorso della gara, allora state facendo un vero e proprio viaggio nella storia dell’ultramaratona, rendendo omaggio alle persone ed ai luoghi che hanno dato origine alla vostra grande passione. Penso a queste cose mentre sono allineato al via accanto a Gordy Ainsleigh, colui che 35 anni fa ha iniziato tutto questo, correndo a piedi assieme ai cavalli della Tevis Cup. Allo sparo dello starter, mentre il gruppo comincia a muoversi, gli batto un’amichevole pacca sulla spalla: in fondo è anche grazie a lui se oggi mi trovo qui a Squaw Valley, e gliene sono riconoscente.

Sono le 5 di mattina, è ancora buio, ma finalmente siamo in gara. L’anno scorso l’annullamento della Western States a causa degli incendi è stato un colpo molto duro da digerire, soprattutto per chi è venuto qui da molto lontano, come noi italiani. Ma per fortuna questi brutti ricordi appartengono al passato, adesso è finalmente il momento di agire. Fin dalle prime rampe che conducono all’Emigrant Pass mi ritrovo a correre al fianco di Leonardo, e così, tra una chiacchiera e l’altra, cerchiamo di procedere senza pensare troppo a tutto quello che ci aspetta. Gli altri italiani sono più avanti: il grande Olmo sarà certamente con i battistrada, ed anche Marco e Piero sono partiti forte. Io sono soddisfatto della nostra andatura, anzi, cerco proprio di non forzare troppo ripetendo tra me e me un vecchio ritornello di Jackson Browne: “take it easy!”. Oltre l’Emigrant Pass il percorso è molto bello, con un paesaggio montano che più avanti sarà sostituito da fitte foreste. La temperatura è ottimale, il percorso prevalentemente in discesa su un sentiero poco impegnativo tecnicamente, e quindi ci si può gustare appieno la bellezza dell’ambiente. Leo ed io procediamo sempre di conserva, mentre la temperatura sale inesorabilmente: già verso le 10 il sole picchia duramente. Verso il 30° miglio superiamo Marco Melchiorri, in un momento di crisi: manca poco al prossimo ristoro, e sono convinto che si riprenderà presto.

L’arrivo a Robinson Flat è impressionante: un attimo prima sei disperso in mezzo al nulla del west americano, e di colpo ti ritrovi circondato da centinaia di persone che applaudono ed incitano ogni concorrente come se fosse il leader della corsa! Non mi era mai capitato di vedere un tifo del genere! Qui rivedo per la prima volta la crew, la mia assistenza personale (è la prima volta che dispongo di questo lusso!) costituita da mia nipote Stefania e dagli amici californiani Stephen e Sandy. Fa piacere, dopo quasi 6 ore di gara, essere rincuorati da persone amiche, anche se il livello dei ristori è altissimo: i volontari si incaricano di riempire il camel bak mentre ci si può servire di cibo e bibite ghiacciate; anche gli spugnaggi sono costituiti da acqua gelida, che con questo clima è decisamente ben accetta! Dopo qualche miglio raggiungiamo Piero, anche lui in crisi, afflitto da problemi di stomaco. Adesso è il momento dei canyons, che in realtà immaginavo ben più aridi e desolati. In fondo si tratta di semplici vallate da scendere e risalire, con tratti a volte anche ripidi. Per fortuna si corre parecchio all’ombra degli alberi, perché il caldo adesso è veramente soffocante. Non c’è umidità, ma in compenso si respirano nuvole di polvere sollevate dai concorrenti precedenti. A Michigam Bluff, 55° miglio, anche Leo sta male e si ferma un po’ a riposare, così riparto da solo, dopo aver corso oltre metà gara in compagnia. Io mi sento ancora relativamente bene, anche se con questo caldo non riesco ad alimentarmi correttamente. A Foresthill sono commosso dalla mia crew, che è riuscita a procurarmi un frappuccino, delizioso miscuglio di caffè e gelato, che riesco a buttar giù molto volentieri per rifornirmi di energia. Sono le 20.30, mi attrezzo di frontalino per la notte imminente, e riparto da solo, rifiutando l’offerta dei pacer che si propongono per accompagnare i concorrenti per il restante tratto di percorso. Comunque vada a finire, questa è la mia gara, e voglio viverla in prima persona senza ricorrere al sostegno morale di un accompagnatore.

Le cose procedono bene fino al 70° miglio, quando subisco un crollo improvviso: di colpo i quadricipiti cominciano a far male, e non riesco più a correre. Proseguo al passo confidando in un recupero veloce. Purtroppo continua a fare caldo, e procedo ormai quasi sempre a petto nudo, senza la maglietta che di giorno serviva solo come protezione dal sole. L’acqua gelida fino alla vita al guado di Rucky Chucky mi risveglia un po’, ma più avanti anche lo stomaco si blocca: non riesco nemmeno più a bere e vomito un paio di volte. All’ 85° miglio decido di concedermi una sosta: mi sdraio per una ventina di minuti su una branda, sotto l’occhio vigile di un premuroso medico. Kris, questo è il suo nome, verrà poi a controllare che beva abbastanza prima di partire e mi accompagnerà all’uscita del ristoro per vedere se mi muovo bene. Sono stupito da tante attenzioni! Riparto in condizioni appena un po’ migliori, ma quadricipiti e piedi dolenti mi costringono ancora soltanto a camminare. Piano piano, però, le miglia si accumulano, ed Auburn è sempre più vicina.

Un’ultima ripida salita mi conduce a Robie Point, dove mi aspetta la mia crew. Ormai manca solo un miglio, e lo percorriamo assieme camminando: tengo le ultime poche energie rimaste per la volata finale. Raggiungo la pista d’atletica, con un ultimo mezzo giro da percorrere tra gli applausi del pubblico. Corro gli ultimi duecento metri assieme a Stefania, e finalmente taglio il traguardo. Sono esausto, ma completamente soddisfatto di essermi trascinato fin qui! Ritrovo subito Marco e Piero, purtroppo ritirati entrambi, e Leo, che superata la crisi è arrivato un paio d’ore prima di me.

Anche la Western States ormai non è più un sogno, è passata tra le esperienze vissute. Secondo il mio modesto parere non è una gara bellissima, ma ha una valenza storica tale per cui ci tenevo a correrla “once in a lifetime”. Non tornerò un’altra volta, ma sono molto contento di averla conclusa!

 

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