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HARDROCK, atto secondo
“Non ci si
può bagnare due volte nello stesso fiume” diceva Eraclito per
sottolineare come l'uomo non possa mai ripetere la stessa
esperienza per due volte. Questo detto è ancora più vero se il
fiume scorre in direzione contraria! Il percorso dell’HARDROCK
100 rimane invariato, con i suoi 161 km e 11.000 metri di
dislivello, ma il senso di marcia cambia ogni anno. Nella
piccola comunità di ultramaratoneti veterani di questa corsa,
solo chi ha percorso la gara in entrambe le direzioni viene
considerato un vero “hardrocker”. L’esperienza vissuta l’anno
scorso a Silverton, Colorado, mi ha talmente entusiasmato che
anche quest’estate sono tornato sulle Rocky Mountains, ben
sapendo che le emozioni da vivere sarebbero state comunque nuove
e differenti. Cioè che il fiume non sarebbe più stato quello
dell’anno scorso!
Mi piace
l’atmosfera rilassata di Silverton, soprattutto al mattino e nel
tardo pomeriggio, quando il pittoresco trenino a vapore ha
riportato a Durango la maggior parte dei turisti “mordi e
fuggi”. Passeggiando per le ampie strade del paesino capita
spesso di imbattersi in altri runners, ed è piacevole fermarsi a
chiacchierare con questa persone con cui condivido la passione
per il trail e per questi luoghi meravigliosi. Una delle cose
che più mi piace dell’Hardrock è che ci si sente membri di una
famiglia, accomunati dalle stesse profonde passioni. In nessun’altra
gara ho sperimentato questo senso di complicità e cameratismo:
indubbiamente la causa è che di solito si arriva alla partenza
all’ultimo momento, mentre qui, per acclimatarsi e vedere il
percorso, è preferibile giungere con un paio di settimane di
anticipo. Spesso la conversazione prosegue poi a cena in qualche
locale, soprattutto al simpatico Handlelbar Cafè, il ritrovo più
gettonato del posto. Parlando con tanti runners provenienti da
tutti gli Stati Uniti, si possono raccogliere informazioni e
consigli su diverse 100 miglia, possibili obiettivi futuri… e
subito si comincia a progettare nuovi viaggi!
Dopo una
settimana impegnata con altri concorrenti a tracciare il
percorso assieme a Charles Thorn, uno degli ideatori di questa
prova, gli ultimi giorni sono dedicati al riposo ed alla
minuziosa preparazione delle “drop bags”, le borse che verranno
preventivamente portate ad alcuni ristori. Quest’operazione è un
po’ complicata dall’instabilità atmosferica: infatti, dopo un
periodo di bel tempo stabile, negli ultimi giorni prima della
gara ha piovuto a dirotto con un forte calo delle temperature, e
non so bene cosa riporre nei sacchi. Come sempre accade, prima
di prove del genere, la tensione emotiva sale all’approssimarsi
del via. Nascono dei dubbi sulle possibilità di riuscita,
sull’adeguatezza della preparazione, sulla corretta scelta dei
materiali… un po’ su tutto, insomma!
Venerdì 13
luglio, mancano pochi minuti alle 6. Un po’ di nebbia avvolge
Silverton, rendendo più irreale il paesaggio, ma si intravede
che sopra il cielo è sereno, segno di buon auspicio. Ci si
guarda attorno per salutare tutti gli amici al via ed augurarsi
“buona fortuna”. Poi, finalmente, si parte.
Di solito,
nelle ultramaratone, mi piace partire lentamente, ma stavolta la
strategia di corsa è un po’ diversa. Il mio obiettivo sarebbe di
giungere al traguardo il sabato sera prima del buio, in modo da
evitare completamente la seconda notte (il tempo massimo scade
alle 6 di domenica, dopo 48 ore). Questo significa però darsi da
fare fin dall’inizio, in modo da arrivare perlomeno a Grouse in
serata, avendo superato i 4200 metri dell’Handies Peak con la
luce del sole. Imposto quindi da subito un’andatura piuttosto
veloce, tenendo però sempre presente che 100 miglia sono lunghe
e 11.000 metri di dislivello possono davvero distruggere
chiunque!
Durante la
salita a Little Giant scambio qualche parola con Markus, il
tedesco conosciuto 2 anni fa in Germania ed ora sposato in
Colorado: com’è piccolo il mondo degli ultramaratoneti! A
Cunningham saluto Scott, il primo dei non partenti della lista
d’attesa: un quarto d’ora prima del via era pronto a sostituire
un eventuale rinunciatario, ma gli è andata male. Gli auguro
miglior fortuna per l’anno prossimo! Green Mountain e Canby
Mountain allungano notevolmente la fila dei concorrenti, ognuno
mantiene il proprio ritmo e ci si ritrova soli, senza altri
runners attorno. Il ridotto numero di partenti, 134 quest’anno,
permette di assaporare il contatto con la natura molto meglio
che in altri grandi gare, quali ad esempio il Tour du Mont Blanc,
con i suoi 2000 concorrenti!
Dopo Pole
Creek, il tempo cambia repentinamente, ed all’improvviso una
fitta grandinata ci ricorda che siamo ospiti in un ambiente
selvaggio e maestoso, e che dobbiamo adeguarci alle forze della
natura. Appena valicato lo spartiacque continentale, il versante
del Pacifico mantiene le promesse legate al suo nome, e la
tempesta finisce. Giungo a Sherman perfettamente in linea con la
tabella di marcia, ma sono piuttosto stanco e provato. Temo di
aver esagerato con l’andatura e di aver speso troppo! La lunga
salita verso il tetto della gara si rivela infatti abbastanza
penosa: il passo è ancora buono, ma soffro la quota. Giungo in
vetta ad Handies Peak alle 18.30. Nel primo tratto di discesa
non riesco a correre, e così ne approfitto per ammirare il
tramonto e scattare qualche foto. Solo più in basso comincio a
sentirmi meglio, e riesco a scendere a Grouse correndo. Sono
molto stanco, ma non c’è tempo da perdere: dopo aver mangiato
qualcosa, riparto verso Engineer Pass per sfruttare le ultime
luci del giorno. La successiva discesa verso Ouray la compio col
buio, che nasconde alla vista il precipizio che affianca il
sentiero in alcuni punti: conoscendo il pericolo mi impongo
prudenza ed attenzione. Non sono molto lucido, e preferisco
perdere qualche minuto piuttosto che rischiare inutilmente!
Arrivo a
Ouray dopo mezzanotte, e come prima cosa indosso tutto
l’abbigliamento di cui dispongo e mi sdraio sull’erba. Riesco a
dormicchiare al massimo un quarto d’ora, ma questo mi aiuta a
superare la crisi di sonno e stanchezza. Mi rifocillo, cambio
scarpe e calzini per avere i piedi caldi e asciutti almeno fino
al prossimo guado, e riparto per l’infinita ascesa verso
Governor Basin e Virginius Pass. Gran parte della salita si
svolge su una comoda strada sterrata, ma in alto bisogna
superare 3 ripidi pendii nevosi per giungere a Virginius: la
ricognizione effettuata in precedenza mi consente di superarli
agevolmente nonostante il buio. Al minimale ristoro posto sul
passo non riesco ad alimentarmi, e comincio subito la lunga
discesa verso Telluride con le prime luci del giorno. Via via
che perdo quota recupero le forze, riprendo a correre, e quando
finalmente giungo al ristoro a fondovalle mi sento fresco e
pieno di energia.
Mi concedo
una colazione a base di frittata prima di iniziare la risalita
del Bear Creek, che sembra durare all’infinito… Come tutte le
cose terrene, però, anche questa ha una fine, e da Oscas’s Pass,
guardando al di là della vallata dove è posto il rifornimento di
Chapman, vedo già Grant Swamp Pass, la più dura delle salite che
ancora ci attendono. L’ultimo tratto è infatti costituito da un
ghiaione dove è giocoforza arrancare a quattro zampe per
riuscire a progredire. Quando vi arrivo in cima, però, so che
ormai è fatta! Mancano ancora 20 miglia e tanto dislivello, ma
sento che ormai niente mi potrà fermare, si tratta solo di
stringere i denti e tenere duro! Già da un po’ le gambe si
rifiutano di correre in discesa, ma in compenso sulle salite
riesco ancora a forzare il ritmo.
A KT
alcuni amici di Silverton mi aspettano: Charlie si era offerto
di accompagnarmi da qui all’arrivo se ne avessi avuto bisogno,
ma mi sento bene e preferisco giungere al traguardo senza aiuti
esterni, “no pacer, no crew”. Affronto a testa bassa le ultime
due salite prima di buttarmi a capofitto nella lunga discesa
finale. Quando le pietre e gli sfasciumi lasciano il posto ad un
vero sentiero riesco nuovamente a correre fino al fondovalle,
dove si trova l’ultimo guado, assistito da una corda fissa, con
l’acqua ben sopra il ginocchio. Mancano ancora 2 miglia di
saliscendi, e le affronto correndo a più non posso per cercare
di stare sotto le 38 ore. Anche quando mi rendo conto di non
riuscirci, insisto comunque nello sforzo: voglio dare tutto
quello che ancora posso dare. Giungo al traguardo in 38.04’25”.
Sono da poco passate le 20 ed il sole illumina ancora le cime
dei monti circostanti. I miei più ottimistici obiettivi sono
stati raggiunti e mi sento ancora bene: cosa posso volere di
più? Condivido la soddisfazione con David, arrivato poco prima
di me, e con Jackie, l’amica bibliotecaria di Silverton, venuta
a sostenermi con tutta la famiglia.
Attimi di
felicità, per aver raggiunto un bel risultato ed essere
circondato da persone amiche anche a 10.000 km da casa. Bella,
la vita!
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