ULTRA RUNNING    by Flavio Dalbosco

 

HARDROCK '07

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 HARDROCK, atto secondo

 

“Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume” diceva Eraclito per sottolineare come l'uomo non possa mai ripetere la stessa esperienza per due volte. Questo detto è ancora più vero se il fiume scorre in direzione contraria! Il percorso dell’HARDROCK 100 rimane invariato, con i suoi 161 km e 11.000 metri di dislivello, ma il senso di marcia cambia ogni anno. Nella piccola comunità di ultramaratoneti veterani di questa corsa, solo chi ha percorso la gara in entrambe le direzioni viene considerato un vero “hardrocker”. L’esperienza vissuta l’anno scorso a Silverton, Colorado, mi ha talmente entusiasmato che anche quest’estate sono tornato sulle Rocky Mountains, ben sapendo che le emozioni da vivere sarebbero state comunque nuove e differenti. Cioè che il fiume non sarebbe più stato quello dell’anno scorso!

Mi piace l’atmosfera rilassata di Silverton, soprattutto al mattino e nel tardo pomeriggio, quando il pittoresco trenino a vapore ha riportato a Durango la maggior parte dei turisti “mordi e fuggi”. Passeggiando per le ampie strade del paesino capita spesso di imbattersi in altri runners, ed è piacevole fermarsi a chiacchierare con questa persone con cui condivido la passione per il trail e per questi luoghi meravigliosi. Una delle cose che più mi piace dell’Hardrock è che ci si sente membri di una famiglia, accomunati dalle stesse profonde passioni. In nessun’altra gara ho sperimentato questo senso di complicità e cameratismo: indubbiamente la causa è che di solito si arriva alla partenza all’ultimo momento, mentre qui, per acclimatarsi e vedere il percorso, è preferibile giungere con un paio di settimane di anticipo. Spesso la conversazione prosegue poi a cena in qualche locale, soprattutto al simpatico Handlelbar Cafè, il ritrovo più gettonato del posto. Parlando con tanti runners provenienti da tutti gli Stati Uniti, si possono raccogliere informazioni e consigli su diverse 100 miglia, possibili obiettivi futuri… e subito si comincia a progettare nuovi viaggi!

Dopo una settimana impegnata con altri concorrenti a tracciare il percorso assieme a Charles Thorn, uno degli ideatori di questa prova, gli ultimi giorni sono dedicati al riposo ed alla minuziosa preparazione delle “drop bags”, le borse che verranno preventivamente portate ad alcuni ristori. Quest’operazione è un po’ complicata dall’instabilità atmosferica: infatti, dopo un periodo di bel tempo stabile, negli ultimi giorni prima della gara ha piovuto a dirotto con un forte calo delle temperature, e non so bene cosa riporre nei sacchi. Come sempre accade, prima di prove del genere, la tensione emotiva sale all’approssimarsi del via. Nascono dei dubbi sulle possibilità di riuscita, sull’adeguatezza della preparazione, sulla corretta scelta dei materiali… un po’ su tutto, insomma!

Venerdì 13 luglio, mancano pochi minuti alle 6. Un po’ di nebbia avvolge Silverton, rendendo più irreale il paesaggio, ma si intravede che sopra il cielo è sereno, segno di buon auspicio. Ci si guarda attorno per salutare tutti gli amici al via ed augurarsi “buona fortuna”. Poi, finalmente, si parte.

Di solito, nelle ultramaratone, mi piace partire lentamente, ma stavolta la strategia di corsa è un po’ diversa. Il mio obiettivo sarebbe di giungere al traguardo il sabato sera prima del buio, in modo da evitare completamente la seconda notte (il tempo massimo scade alle 6 di domenica, dopo 48 ore). Questo significa però darsi da fare fin dall’inizio, in modo da arrivare perlomeno a Grouse in serata, avendo superato i 4200 metri dell’Handies Peak con la luce del sole. Imposto quindi da subito un’andatura piuttosto veloce, tenendo però sempre presente che 100 miglia sono lunghe e 11.000 metri di dislivello possono davvero distruggere chiunque!

Durante la salita a Little Giant scambio qualche parola con Markus, il tedesco conosciuto 2 anni fa  in Germania ed ora sposato in Colorado: com’è piccolo il mondo degli ultramaratoneti! A Cunningham saluto Scott, il primo dei non partenti della lista d’attesa: un quarto d’ora prima del via era pronto a sostituire un eventuale rinunciatario, ma gli è andata male. Gli auguro miglior fortuna per l’anno prossimo!  Green Mountain e Canby Mountain allungano notevolmente la fila dei concorrenti, ognuno mantiene il proprio ritmo e ci si ritrova soli, senza altri runners attorno. Il ridotto numero di partenti, 134 quest’anno, permette di assaporare il contatto con la natura molto meglio che in altri grandi gare, quali ad esempio il Tour du Mont Blanc, con i suoi 2000 concorrenti!

Dopo Pole Creek, il tempo cambia repentinamente, ed all’improvviso una fitta grandinata ci ricorda che siamo ospiti in un ambiente selvaggio e maestoso, e che dobbiamo adeguarci alle forze della natura. Appena valicato lo spartiacque continentale, il versante del Pacifico mantiene le promesse legate al suo nome, e la tempesta finisce. Giungo a Sherman perfettamente in linea con la tabella di marcia, ma sono piuttosto stanco e provato. Temo di aver esagerato con l’andatura e di aver speso troppo! La lunga salita verso il tetto della gara si rivela infatti abbastanza penosa: il passo è ancora buono, ma soffro la quota. Giungo in vetta ad Handies Peak alle 18.30. Nel primo tratto di discesa non riesco a correre, e così ne approfitto per ammirare il tramonto e scattare qualche foto. Solo più in basso comincio a sentirmi meglio, e riesco a scendere a Grouse correndo. Sono molto stanco, ma non c’è tempo da perdere: dopo aver mangiato qualcosa, riparto verso Engineer Pass per sfruttare le ultime luci del giorno. La successiva discesa verso Ouray la compio col buio, che nasconde alla vista il precipizio che affianca il sentiero in alcuni punti: conoscendo il pericolo mi impongo prudenza ed attenzione. Non sono molto lucido, e preferisco perdere qualche minuto piuttosto che rischiare inutilmente!

Arrivo a Ouray dopo mezzanotte, e come prima cosa indosso tutto l’abbigliamento di cui dispongo e mi sdraio sull’erba. Riesco a dormicchiare al massimo un quarto d’ora, ma questo mi aiuta a superare la crisi di sonno e stanchezza. Mi rifocillo, cambio scarpe e calzini per avere i piedi caldi e asciutti almeno fino al prossimo guado, e riparto per l’infinita ascesa verso  Governor Basin e Virginius Pass. Gran parte della salita si svolge su una comoda strada sterrata, ma in alto bisogna superare 3 ripidi pendii nevosi per giungere a Virginius: la ricognizione effettuata in precedenza mi consente di superarli agevolmente nonostante il buio. Al minimale ristoro posto sul passo non riesco ad alimentarmi, e comincio subito la lunga discesa verso Telluride con le prime luci del giorno. Via via che perdo quota recupero le forze, riprendo a correre, e quando finalmente giungo al ristoro a fondovalle mi sento fresco e pieno di energia.

Mi concedo una colazione a base di frittata prima di iniziare la risalita del Bear Creek, che sembra durare all’infinito… Come tutte le cose terrene, però, anche questa ha una fine, e da Oscas’s Pass, guardando al di là della vallata dove è posto il rifornimento di Chapman, vedo già Grant Swamp Pass, la più dura delle salite che ancora ci attendono. L’ultimo tratto è infatti costituito da un ghiaione dove è giocoforza arrancare a quattro zampe per riuscire a progredire. Quando vi arrivo in cima, però, so che ormai è fatta! Mancano ancora 20 miglia e tanto dislivello, ma sento che ormai niente mi potrà fermare, si tratta solo di stringere i denti e tenere duro! Già da un po’ le gambe si rifiutano di correre in discesa, ma in compenso sulle salite riesco ancora a forzare il ritmo.

A KT alcuni amici di Silverton mi aspettano: Charlie si era offerto di accompagnarmi da qui all’arrivo se ne avessi avuto bisogno, ma mi sento bene e preferisco giungere al traguardo senza aiuti esterni, “no pacer, no crew”. Affronto a testa bassa le ultime due salite prima di buttarmi a capofitto nella lunga discesa finale. Quando le pietre e gli sfasciumi lasciano il posto ad un vero sentiero riesco nuovamente a correre fino al fondovalle, dove si trova l’ultimo guado, assistito da una corda fissa, con l’acqua ben sopra il ginocchio. Mancano ancora 2 miglia di saliscendi, e le affronto correndo a più non posso per cercare di stare sotto le 38 ore. Anche quando mi rendo conto di non riuscirci, insisto comunque nello sforzo: voglio dare tutto quello che ancora posso dare. Giungo al traguardo in 38.04’25”. Sono da poco passate le 20 ed il sole illumina ancora le cime dei monti circostanti. I miei più ottimistici obiettivi sono stati raggiunti e mi sento ancora bene: cosa posso volere di più? Condivido la soddisfazione con David, arrivato poco prima di me, e con Jackie, l’amica bibliotecaria di Silverton, venuta a sostenermi con tutta la famiglia.

Attimi di felicità, per aver raggiunto un bel risultato ed essere circondato da persone amiche anche a 10.000 km da casa. Bella, la vita!

 

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