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HARDROCK
Viaggiare
10.000 km per correre una gara senza nemmeno essere sicuri di
potervi prendere parte non è qualcosa che capita tutti i giorni.
Eppure è proprio questo che mi è successo.
L’Hardrock
è considerata la più impegnativa tra le 100 miglia trail che si
tengono negli Stati Uniti. Si svolge a Silverton, Colorado, e
presenta 11000 m di dislivello positivo su 161 km, 13 passi
oltre i 3600 m, con il punto più alto, l’Handies Peak, a 4200 m.
Essendo molto rinomata, le richieste di partecipazione sono
numerose, ma i rangers, per preservare il territorio, permettono
agli organizzatori soltanto 125 partecipanti. Una lotteria ad
estrazione stabilisce quindi un elenco di concorrenti ed una
lista d’attesa. Ed è proprio in quest’ultima, al 21° posto, che
si trovava il mio nome, ma la speranza di poter vivere
un’esperienza così impegnativa mi ha spinto comunque ad
organizzare il viaggio.
Arrivo a
Silverton 2 settimane prima della gara, per avere il tempo di
acclimatarmi alla quota e visionare alcune parti del percorso.
La cittadina, che sembra la location di un film western, è posta
a 2700 m di quota, ma per stimolare ancor di più l’organismo
pianto la tenda nei pressi del Little Molas Lake, a 3300 m. Ogni
giorno gli organizzatori si recano a tracciare con delle
bandierine una parte del percorso, ed i concorrenti sono
invitati ad aggregarsi per prendere confidenza col percorso. I
vantaggi di questa attività sono molteplici: oltre a visionare
il tracciato e ad acclimatarsi alla quota, si possono conoscere
altri corridori, e piano piano si formano nuove amicizie.
Una
settimana passa veloce, sempre in allegra compagnia, fra la
tracciatura del percorso ed un paio di giorni di lavoro
volontario per sistemare alcuni tratti di sentiero danneggiati
dal maltempo. Gli ultimi giorni prima della gara sono dedicati
al riposo, ma purtroppo il mio nome è ancora nella lista
d’attesa. E’ a questo punto che succede un piccolo miracolo. Il
Forest Department, avendo particolarmente apprezzato il lavoro
di ripristino dei sentieri, decide per la prima volta di
concedere agli organizzatori 130 concorrenti anziché 125. Così,
a 2 giorni dalla partenza, mi ritrovo catapultato nell’elenco
dei partenti. Una vera esplosione di gioia accompagna questa
notizia, da parte mia naturalmente, ma anche per i tanti nuovi
amici conosciuti in quest’ultima settimana, che non esitano a
manifestare la loro soddisfazione per la mia ammissione.
Venerdì
mattina. E’ ancora buio quando ci si ritrova nella palestra
della scuola per il check-in. Per stemperare la solita tensione
pre-gara ci si scambiano innumerevoli “good luck!” e “have fun!”,
ma dentro rimane il dubbio: riuscirò a concludere la prova? Alle
6, finalmente, la partenza. Dopo mesi di sogni e preoccupazioni,
è arrivato il momento di agire. Comunque vada a finire, sarà
sicuramente una grande esperienza
Poco dopo
la partenza c’è il primo torrente da guadare: 30 cm di acqua
gelida per svegliarsi definitivamente. Volenti o nolenti, quella
di avere i piedi bagnati è una delle caratteristiche di questa
corsa. Questo fatto non mi entusiasma affatto, ma vedo che gli
altri concorrenti non se ne preoccupano per niente: avrò tempo
di adeguarmi anch’io! La partenza avviene a 2700 m di quota, e
si comincia subito a salire: quasi tutto il percorso si snoda
oltre i 3000 m, ed in un solo punto ci si abbassa a 2400 m.
L’altitudine incide pesantemente sul rendimento, ed occorre
tenerne debito conto nell’amministrare le proprie energie. Qui
più che altrove, esagerare nelle fasi iniziali potrebbe condurre
presto ad una crisi o addirittura al ritiro.
Le prime
luci del giorno rischiarano il panorama, vero punto di forza di
questa prova: le montagne di questa zona del Colorado sono
veramente selvagge e spettacolari! La rigorosa tutela del
territorio fa sì che le uniche opere dell’uomo visibili siano le
numerose miniere abbandonate: su questi monti, nella seconda
metà del 1800, si svolse infatti la storica corsa all’oro, che
vide l’afflusso massiccio di europei in cerca di fortuna. Anche
noi, in fondo, siamo cercatori su queste montagne: non più di
oro, ma di un’occasione per mettersi alla prova, saggiare le
proprie capacità, e forse arrivare ad una comprensione più
intima e profonda di noi stessi.
Le
asperità del percorso si susseguono. Grant Swamp Pass assomiglia
tanto ad una bocchetta dolomitica, con discesa su ghiaioni e
lingue di neve dura. La salita a Oscar’s Pass è resa ancor più
difficoltosa dal caldo soffocante, mentre poi la discesa verso
Telluride sembra non finire mai! La salita verso Virginius è
lunga e faticosa: il mio scollinamento è accompagnato da un
temporale, che mi fa apprezzare ancor di più il ristoro al
passo, dove i volontari hanno trasportato a spalle sedie e
bevande! Qui mi accorgo di essere in largo anticipo sulla
tabella di marcia delle 48 ore, il tempo massimo, e così decido
di rallentare per risparmiare energie preziose per il finale.
Affronto tranquillamente l’infinita discesa fino a Ouray, il
punto più basso della corsa con i suoi 2400 m. Arrivo al ristoro
mentre scende l’oscurità, ed indugio un po’ più del solito nel
rifocillarmi e prepararmi per la marcia notturna. La salita ad
Engineer si svolge su uno spettacolare sentiero a picco sopra il
fiume, visione piuttosto inquietante che ci viene risparmiata
dall’oscurità. Solo quando mi trovo ormai più in alto spunta la
luna, a rendere magica l’atmosfera di questa notte insonne! Sono
felice di essere qui, come un sonnambulo a spasso per le
montagne, in luoghi incantati, resi ancora più affascinanti e
misteriosi dalla fioca luce lunare. La successiva ascesa è
costituita dall’Handies Peak: le prime luci dell’alba mi trovano
ad arrancare sulle sue pendici, con un’improvvisa crisi di sonno
e di stanchezza, allo scoccare delle 24 ore di gara. Ad un certo
punto non ne posso più, e mi ritrovo a dormicchiare una decina
di minuti seduto su un sasso… Poi ancora su verso i 4200 m della
vetta: alle 7.30 ammiro il sorgere del sole dalla cima. Pochi
attimi di sosta per contemplare il panorama e riprendere forza
prima di iniziare la discesa. Da Sherman si riprende a salire:
il tratto successivo non è particolarmente impegnativo, ma
l’ambiente è molto selvaggio, e ci si sente microscopici al
cospetto di tanta maestosità! Un temporale con tuoni e lampi mi
sorprende a Pole Creek, ma fortunatamente passa in fretta, e
dopo poco torna il sole. Maggie è il penultimo ristoro: dopo
aver mangiucchiato qualcosa, chiudo gli occhi un attimo, seduto
su una sedia… Il responsabile del ristoro, probabilmente
preoccupato per le mie condizioni, decide di affiancarmi un
pacer, cioè un accompagnatore. Conosco così Bill, con cui
chiacchiero piacevolmente di tante cose nello scavalcare Green
Mountain. A Cunningham, per accompagnarmi nell’ultimo tratto, mi
aspetta Jackie, la simpatica bibliotecaria di Silverton già
conosciuta in paese prima della gara. Si riparte verso Little
Giant Pass con le ultime luci del giorno. La discesa finale è
ormai avvolta nell’oscurità, ma Jackie conosce bene il percorso,
ed anch’io ho ritrovato energie insospettabili, così procediamo
spediti verso il traguardo.
E’ da poco
passata la mezzanotte quando entriamo a Silverton: un piccolo
gruppo di persone applaude il mio arrivo. Bacio la pietra, rito
finale dell’ Hardrock, e raccolgo commosso le strette di mano ed
i complimenti dei presenti. Ancora non riesco a credere di aver
coronato il sogno cullato per tanti mesi… E non capisco nemmeno
come possa sentirmi così bene dopo 42 ore di gara! La fatica ed
il sonno sembrano spariti come per incanto, e rimangono soltanto
la gioia e la soddisfazione per essere riuscito a portare a
termine qualcosa di assurdo e straordinario allo stesso tempo,
un’esperienza che serberò a lungo tra i miei ricordi più belli!
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