ULTRA RUNNING    by Flavio Dalbosco

 

HARDROCK '06

Kissing the rock at Hardrock finish line
home              
tabella parziali
classifica        
foto              

 

HARDROCK

 

Viaggiare 10.000 km per correre una gara senza nemmeno essere sicuri di potervi prendere parte non è qualcosa che capita tutti i giorni. Eppure è proprio questo che mi è successo.

L’Hardrock è considerata la più impegnativa tra le 100 miglia trail che si tengono negli Stati Uniti. Si svolge a Silverton, Colorado, e presenta 11000  m di dislivello positivo su 161 km, 13 passi oltre i 3600 m, con il punto più alto, l’Handies Peak, a 4200 m. Essendo molto rinomata, le richieste di partecipazione sono numerose, ma i rangers, per preservare il territorio, permettono agli organizzatori soltanto 125 partecipanti. Una lotteria ad estrazione stabilisce quindi un elenco di concorrenti ed una lista d’attesa. Ed è proprio in quest’ultima, al 21° posto, che si trovava il mio nome, ma la speranza di poter vivere un’esperienza così impegnativa mi ha spinto comunque ad organizzare il viaggio.

Arrivo a Silverton 2 settimane prima della gara, per avere il tempo di acclimatarmi alla quota e visionare alcune parti del percorso. La cittadina, che sembra la location di un film western, è posta a 2700 m di quota, ma per stimolare ancor di più l’organismo pianto la tenda nei pressi del Little Molas Lake, a 3300 m. Ogni giorno gli organizzatori si recano a tracciare con delle bandierine una parte del percorso, ed i concorrenti sono invitati ad aggregarsi per prendere confidenza col percorso. I vantaggi di questa attività sono molteplici: oltre a visionare il tracciato e ad acclimatarsi alla quota, si possono conoscere altri corridori, e piano piano si formano nuove amicizie.

Una settimana passa veloce, sempre in allegra compagnia, fra la tracciatura del percorso ed un paio di giorni di lavoro volontario per sistemare alcuni tratti di sentiero danneggiati dal maltempo. Gli ultimi giorni prima della gara sono dedicati al riposo, ma purtroppo il mio nome è ancora nella lista d’attesa. E’ a questo punto che succede un piccolo miracolo. Il Forest Department, avendo particolarmente apprezzato il lavoro di ripristino dei sentieri, decide per la prima volta di concedere agli organizzatori 130 concorrenti anziché 125. Così, a 2 giorni dalla partenza, mi ritrovo catapultato nell’elenco dei partenti. Una vera esplosione di gioia accompagna questa notizia, da parte mia naturalmente, ma anche per i tanti nuovi amici conosciuti in quest’ultima settimana, che non esitano a manifestare la loro soddisfazione per la mia ammissione.

Venerdì mattina. E’ ancora buio quando ci si ritrova nella palestra della scuola per il check-in. Per stemperare la solita tensione pre-gara ci si scambiano innumerevoli “good luck!” e “have fun!”, ma dentro rimane il dubbio: riuscirò a concludere la prova? Alle 6, finalmente, la partenza. Dopo mesi di sogni e preoccupazioni, è arrivato il momento di agire. Comunque vada a finire, sarà sicuramente una grande esperienza

Poco dopo la partenza c’è il primo torrente da guadare: 30 cm di acqua gelida per svegliarsi definitivamente. Volenti o nolenti, quella di avere i piedi bagnati è una delle caratteristiche di questa corsa. Questo fatto non mi entusiasma affatto, ma vedo che gli altri concorrenti non se ne preoccupano per niente: avrò tempo di adeguarmi anch’io! La partenza avviene a 2700 m di quota, e si comincia subito a salire: quasi tutto il percorso si snoda oltre i 3000 m, ed in un solo punto ci si abbassa a 2400 m. L’altitudine incide pesantemente sul rendimento, ed occorre tenerne debito conto nell’amministrare le proprie energie. Qui più che altrove, esagerare nelle fasi iniziali potrebbe condurre presto ad una crisi o addirittura al ritiro.

Le prime luci del giorno rischiarano il panorama, vero punto di forza di questa prova: le montagne di questa zona del Colorado sono veramente selvagge e spettacolari! La rigorosa tutela del territorio fa sì che le uniche opere dell’uomo visibili siano le numerose miniere abbandonate: su questi monti, nella seconda metà del 1800, si svolse infatti la storica corsa all’oro, che vide l’afflusso massiccio di europei in cerca di fortuna. Anche noi, in fondo, siamo cercatori su queste montagne: non più di oro, ma di un’occasione per mettersi alla prova, saggiare le proprie capacità,  e forse arrivare ad una comprensione più intima e profonda di noi stessi.

Le asperità del percorso si susseguono. Grant Swamp Pass assomiglia tanto ad una bocchetta dolomitica, con discesa su ghiaioni e lingue di neve dura. La salita a Oscar’s Pass è resa ancor più difficoltosa dal caldo soffocante, mentre poi la discesa verso Telluride sembra non finire mai! La salita verso Virginius è lunga e faticosa: il mio scollinamento è accompagnato da un temporale, che mi fa apprezzare ancor di più il ristoro al passo, dove i volontari hanno trasportato a spalle sedie e bevande! Qui mi accorgo di essere in largo anticipo sulla tabella di marcia delle 48 ore, il tempo massimo, e così decido di rallentare per risparmiare energie preziose per il finale. Affronto tranquillamente l’infinita discesa fino a Ouray, il punto più basso della corsa con i suoi 2400 m. Arrivo al ristoro mentre scende l’oscurità, ed indugio un po’ più del solito nel rifocillarmi e prepararmi per la marcia notturna. La salita ad Engineer si svolge su uno spettacolare sentiero a picco sopra il fiume, visione piuttosto inquietante che ci viene risparmiata dall’oscurità. Solo quando mi trovo ormai più in alto spunta la luna, a rendere magica l’atmosfera di questa notte insonne! Sono felice di essere qui, come un sonnambulo a spasso per le montagne, in luoghi incantati, resi ancora più affascinanti e misteriosi dalla fioca luce lunare. La successiva ascesa è costituita dall’Handies Peak: le prime luci dell’alba mi trovano ad arrancare sulle sue pendici, con un’improvvisa crisi di sonno e di stanchezza, allo scoccare delle 24 ore di gara. Ad un certo punto non ne posso più, e mi ritrovo a dormicchiare una decina di minuti seduto su un sasso… Poi ancora su verso i 4200 m della vetta: alle 7.30  ammiro il sorgere del sole dalla cima. Pochi attimi di sosta per contemplare il panorama e riprendere forza prima di iniziare la discesa. Da Sherman si riprende a salire: il tratto successivo non è particolarmente impegnativo, ma l’ambiente è molto selvaggio, e ci si sente microscopici al cospetto di tanta maestosità! Un temporale con tuoni e lampi mi sorprende a Pole Creek, ma fortunatamente passa in fretta, e dopo poco torna il sole. Maggie è il penultimo ristoro: dopo aver mangiucchiato qualcosa, chiudo gli occhi un attimo, seduto su una sedia… Il responsabile del ristoro, probabilmente preoccupato per le mie condizioni, decide di affiancarmi un pacer, cioè un accompagnatore. Conosco così Bill, con cui chiacchiero piacevolmente di tante cose nello scavalcare Green Mountain. A Cunningham, per accompagnarmi nell’ultimo tratto, mi aspetta Jackie, la simpatica bibliotecaria di Silverton già conosciuta in paese prima della gara. Si riparte verso Little Giant Pass con le ultime luci del giorno. La discesa finale è ormai avvolta nell’oscurità, ma Jackie conosce bene il percorso, ed anch’io ho ritrovato energie insospettabili, così procediamo spediti verso il traguardo.

E’ da poco passata la mezzanotte quando entriamo a Silverton: un piccolo gruppo di persone applaude il mio arrivo. Bacio la pietra, rito finale dell’ Hardrock, e raccolgo commosso le strette di mano ed i complimenti dei presenti. Ancora non riesco a credere di aver coronato il sogno cullato per tanti mesi… E non capisco nemmeno come possa sentirmi così bene dopo 42 ore di gara! La fatica ed il sonno sembrano spariti come per incanto, e rimangono soltanto la gioia e la soddisfazione per essere riuscito a portare a termine qualcosa di assurdo e straordinario allo stesso tempo, un’esperienza che serberò a lungo tra i miei ricordi più belli!

 

Copyright © 2006 Company Name Inc. All rights reserved.