ULTRA RUNNING    by Flavio Dalbosco

 

HAWAII

Tramonto a Waikiki
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Hawaii, la prima ultramaratona

 

Sono le quattro di mattina, nella foresta tropicale a ridosso di Honolulu, Hawaii. Il sentiero è pieno di fango, le radici ed i sassi bagnati richiedono la massima attenzione ad ogni passo per non scivolare e cadere. L’umidità è altissima: la lampada frontale illumina la nebbia e si stenta a vedere il terreno. A tratti piove, ma perlopiù la pioggia si ferma sulle foglie delle piante, e basta una folata di vento per ritrovarsi una secchiata di acqua addosso. Siamo in gara da oltre 22 ore, 100 km di questo percorso durissimo sono ormai alle spalle, ma ne mancano ancora 60 al traguardo delle 100 miglia.

Improvvisamente Hans, l’occasionale compagno d’avventura in questa emozionante sfida, annuncia di essere troppo stanco per continuare. Lui, il mitico tedesco che ha percorso tutte le 100 miglia americane, ha deciso di ritirarsi! Tutto sembra andare storto, viene voglia di piangere e di abbandonare questa inutile prova… Ma questo pensiero dura solo un istante, nemmeno il tempo di esitare e rallentare il passo. Solo il tempo per salutare Hans e ringraziarlo della sua compagnia per tante ore, e poi via di nuovo nella notte da solo.

“We wouldn’t want it to be easy” è lo slogan degli organizzatori di questa corsa, “non vorremmo che fosse facile”. Ed in effetti di facile non c’è proprio niente, ma va bene così! Ognuno di noi sapeva già prima che fatica e difficoltà non sarebbero mancate. Ma siamo qui per questo! Questa è una prova di resistenza, fisica e mentale, in cui ognuno può verificare le proprie reazioni rispetto alla fatica, al dolore ed ai momenti di sconforto.

Ma non è solo questo, naturalmente. E’ anche   un divertimento, passare tanto tempo nella natura, conversare con gli occasionali compagni d’avventura, sbizzarrirsi ai ristori ad assaggiare le specialità proposte.

Trattandosi di un percorso su più giri, con tratti da percorrere sia all’andata che al ritorno, si ha la possibilità di incontrare tutti gli altri concorrenti, ed è bello ed inusuale notare che persino i primi, i top runners, salutano volentieri anche gli atleti più lenti. In effetti la competizione è molto diluita rispetto alle prove più corte, ed è evidente che per la stragrande maggioranza dei partecipanti l’unico obbiettivo è quello di terminare la prova. O perlomeno di fare del proprio meglio per riuscirci! Il tempo impiegato passa in secondo piano: il limite massimo di 36 ore, con un cancello di 29 ore per cominciare il 5° giro, non è per niente facile da rispettare, e già rientrare in questi tempi può essere considerato un successo.

L’atmosfera da sagra paesana viene vissuta particolarmente ai tre punti di ristoro. Tra di essi vi è una specie di gara per essere il più fornito di specialità. Infatti, oltre ai soliti integratori energetici liquidi e solidi, i ristori presentano un’ampia gamma di cibi più tradizionali, tra cui non mancano delle vere particolarità. Durante la notte, a Paradise Park, ad esempio veniva offerta addirittura della zuppa di miso col tofu.

L’idea di partecipare ad una prova così lunga era un sogno nel cassetto fin dall’inizio della mia attività podistica, non molti anni fa. Poi altri generi di gare, in particolare le skyraces, hanno preso il sopravvento, fino a quando si è fatto largo nuovamente il desiderio di cimentarmi in una sfida apparentemente irrealizzabile come una 100 miglia. Inoltre, un’altra grande spinta all’iscrizione è stato il desiderio di abbinare alla gara il viaggio in una zona del mondo, le Hawaii, che mi era assolutamente sconosciuta.

Così, pieno di speranze e di dubbi, nel gennaio 2005 mi ritrovo in volo verso Honolulu. L’impressione appena arrivato è buona, il posto è bello, la gente cordiale, nonostante l’enorme afflusso di turisti, soprattutto americani e giapponesi.

Dopo tre giorni è già ora di gara. Al briefing del venerdì pomeriggio vi è un’operazione inconsueta: la pesatura! Ogni partecipante viene pesato, e gli viene fissato al polso un braccialetto che riporta nome, numero di pettorale e peso. Durante la competizione i commissari di gara si riservano il diritto di pesare i concorrenti e di impedire loro di proseguire se il loro peso risulta troppo basso rispetto al briefing, segno che lascia supporre uno stato di disidratazione. A parte questa stranezza, il clima è molto familiare, tra gli iscritti, una novantina, e  gli organizzatori dell’evento.

E’ ancora notte fonda, il sabato mattina, quando ci si ritrova alla partenza. Una breve e suggestiva cerimonia hawaiana serve di buon auspicio per la buona riuscita della manifestazione. Stranamente, non avverto la tensione che precede altre gare, Semplicemente sono qui, con la curiosità e la felicità di un bambino davanti ad un nuovo gioco. Sono pronto a partire, e a vedere cosa succede lungo il percorso, sapendo solo che sarà un’esperienza del tutto nuova.

Poi, alle sei in punto, il via. E’ ancora buio, e per un’oretta si procede con le lampade frontali. La partenza è subito in salita, e questo è un motivo in più per calmare lo spirito agonistico e procedere con relativa moderazione. Mano a mano che si sale sulle pendici del monte Tantalus, il giorno si fa strada. Purtroppo, però, le nuvole riempiono il cielo, e la visione di una rossa alba tropicale ci viene negato. Ma c’è altro a cui pensare! Innanzitutto occorre dosare opportunamente l’intensità dello sforzo, tenendo ben presente la lunghezza della gara. Inoltre è fondamentale cercare di memorizzare il percorso, per avere meno problemi a seguire il percorso durante la notte. E poi bisogna idratarsi adeguatamente fin dall’inizio. La temperatura diurna si aggira sui 26°-27° (17°-18° le minime notturne) e l’umidità è altissima, cosicché si suda veramente tanto. Inoltre i ristori sono piuttosto distanti, fino a 12 km, e quindi gli organizzatori richiedono che si esca da ogni punto di rifornimento con almeno 1 litro d’acqua.

La pioggia degli ultimi giorni ha lasciato tantissimo fango sul percorso, oltre a bagnare le innumerevoli radici presenti sul sentiero. Il percorso è diventato così ancora più tecnico e lento del solito; i risultati finali lo confermano: il vincitore impiegherà 27 ore e 25’ (2 ore e mezza più del record) ed i finisher della 100 miglia saranno solo 17 su 88 partenti, meno del 20  %. Oltre ai parecchi ritirati, molti hanno scelto l’opzione dei 100 km: dopo 3 giri si poteva completare un breve anello per arrivare al traguardo, oppure continuare venendo accreditati di un tempo rilevato al ristoro successivo, attorno al 110° km.

Così è stato per me: ho proseguito oltre i 100 km, accusando però un dolore al ginocchio che ha rallentato enormemente la progressione nel 4° giro, tanto da concluderlo quasi 2 ore dopo il limite ammesso, in poco meno di 31 ore. Ma non la considero affatto una sconfitta, anzi! Per me riuscire a stare in gara per 31 ore, percorrendo 128 km così impegnativi, è stata un’esperienza assolutamente positiva. E’ stato anche un grande balzo nella durata di una competizione, per me, considerando che finora la mia gara più lunga, il Sentiero delle Grigne, era stata di soli 47 km. E di questo fatto gli americani hanno riso molto, dell’italiano che è passato in un sol colpo da 47 km a 80 miglia!

In una prova così lunga i momenti di sconforto sono del tutto normali, dovuti alla fatica, ai vari dolori muscolari ed articolari, al sonno, alla difficoltà del percorso, alle condizioni ambientali. Il senso della sfida, dal mio punto di vista, sta proprio nel superare questi inevitabili momenti in cui viene voglia di abbandonare tutto. E’ vero, io non ho portato a termine le 100 miglia, ma sono orgoglioso di aver fatto del mio meglio, di aver dato tutto quello che potevo dare; soprattutto sono fiero di non aver ceduto alla tentazione di fermarmi al traguardo dei 100 km, che appare così seducente quando si è stanchi dopo tante ore di corsa. Ebbene, in questo io vedo il senso di una prova così lunga: ricercare una situazione che ci impegni al massimo, per sperimentare quali sono le nostre reazioni di fronte alle difficoltà che si presentano lungo il cammino, soprattutto agli ostacoli che la nostra mente ci presenta come insormontabili.

Al traguardo è stato molto piacevole chiacchierare con gli altri concorrenti   e gli organizzatori, riuniti assieme in un evento così fuori dall’ordinario. In questi momenti la soddisfazione per aver vissuto un’esperienza così coinvolgente supera di gran lunga la fatica, il dolore e la mancanza di sonno. La stanchezza si farà sentire più tardi, una volta raggiunto l’ostello in cui alloggio: 15 ore consecutive a letto, fino al giorno dopo, per recuperare le energie. Poi comincia la vacanza…

 

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