|
|
Hawaii, la prima ultramaratona
Sono le
quattro di mattina, nella foresta tropicale a ridosso di
Honolulu, Hawaii. Il sentiero è pieno di fango, le radici ed i
sassi bagnati richiedono la massima attenzione ad ogni passo per
non scivolare e cadere. L’umidità è altissima: la lampada
frontale illumina la nebbia e si stenta a vedere il terreno. A
tratti piove, ma perlopiù la pioggia si ferma sulle foglie delle
piante, e basta una folata di vento per ritrovarsi una secchiata
di acqua addosso. Siamo in gara da oltre 22 ore, 100 km di
questo percorso durissimo sono ormai alle spalle, ma ne mancano
ancora 60 al traguardo delle 100 miglia.
Improvvisamente Hans, l’occasionale compagno d’avventura in
questa emozionante sfida, annuncia di essere troppo stanco per
continuare. Lui, il mitico tedesco che ha percorso tutte le 100
miglia americane, ha deciso di ritirarsi! Tutto sembra andare
storto, viene voglia di piangere e di abbandonare questa inutile
prova… Ma questo pensiero dura solo un istante, nemmeno il tempo
di esitare e rallentare il passo. Solo il tempo per salutare
Hans e ringraziarlo della sua compagnia per tante ore, e poi via
di nuovo nella notte da solo.
“We
wouldn’t want it to be easy” è lo slogan degli organizzatori di
questa corsa, “non vorremmo che fosse facile”. Ed in effetti di
facile non c’è proprio niente, ma va bene così! Ognuno di noi
sapeva già prima che fatica e difficoltà non sarebbero mancate.
Ma siamo qui per questo! Questa è una prova di resistenza,
fisica e mentale, in cui ognuno può verificare le proprie
reazioni rispetto alla fatica, al dolore ed ai momenti di
sconforto.
Ma non è
solo questo, naturalmente. E’ anche un divertimento, passare
tanto tempo nella natura, conversare con gli occasionali
compagni d’avventura, sbizzarrirsi ai ristori ad assaggiare le
specialità proposte.
Trattandosi di un percorso su più giri, con tratti da percorrere
sia all’andata che al ritorno, si ha la possibilità di
incontrare tutti gli altri concorrenti, ed è bello ed inusuale
notare che persino i primi, i top runners, salutano volentieri
anche gli atleti più lenti. In effetti la competizione è molto
diluita rispetto alle prove più corte, ed è evidente che per la
stragrande maggioranza dei partecipanti l’unico obbiettivo è
quello di terminare la prova. O perlomeno di fare del proprio
meglio per riuscirci! Il tempo impiegato passa in secondo piano:
il limite massimo di 36 ore, con un cancello di 29 ore per
cominciare il 5° giro, non è per niente facile da rispettare, e
già rientrare in questi tempi può essere considerato un
successo.
L’atmosfera da sagra paesana viene vissuta particolarmente ai
tre punti di ristoro. Tra di essi vi è una specie di gara per
essere il più fornito di specialità. Infatti, oltre ai soliti
integratori energetici liquidi e solidi, i ristori presentano
un’ampia gamma di cibi più tradizionali, tra cui non mancano
delle vere particolarità. Durante la notte, a Paradise Park, ad
esempio veniva offerta addirittura della zuppa di miso col tofu.
L’idea di
partecipare ad una prova così lunga era un sogno nel cassetto
fin dall’inizio della mia attività podistica, non molti anni fa.
Poi altri generi di gare, in particolare le skyraces, hanno
preso il sopravvento, fino a quando si è fatto largo nuovamente
il desiderio di cimentarmi in una sfida apparentemente
irrealizzabile come una 100 miglia. Inoltre, un’altra grande
spinta all’iscrizione è stato il desiderio di abbinare alla gara
il viaggio in una zona del mondo, le Hawaii, che mi era
assolutamente sconosciuta.
Così,
pieno di speranze e di dubbi, nel gennaio 2005 mi ritrovo in
volo verso Honolulu. L’impressione appena arrivato è buona, il
posto è bello, la gente cordiale, nonostante l’enorme afflusso
di turisti, soprattutto americani e giapponesi.
Dopo tre
giorni è già ora di gara. Al briefing del venerdì pomeriggio vi
è un’operazione inconsueta: la pesatura! Ogni partecipante viene
pesato, e gli viene fissato al polso un braccialetto che riporta
nome, numero di pettorale e peso. Durante la competizione i
commissari di gara si riservano il diritto di pesare i
concorrenti e di impedire loro di proseguire se il loro peso
risulta troppo basso rispetto al briefing, segno che lascia
supporre uno stato di disidratazione. A parte questa stranezza,
il clima è molto familiare, tra gli iscritti, una novantina, e
gli organizzatori dell’evento.
E’ ancora
notte fonda, il sabato mattina, quando ci si ritrova alla
partenza. Una breve e suggestiva cerimonia hawaiana serve di
buon auspicio per la buona riuscita della manifestazione.
Stranamente, non avverto la tensione che precede altre gare,
Semplicemente sono qui, con la curiosità e la felicità di un
bambino davanti ad un nuovo gioco. Sono pronto a partire, e a
vedere cosa succede lungo il percorso, sapendo solo che sarà
un’esperienza del tutto nuova.
Poi, alle
sei in punto, il via. E’ ancora buio, e per un’oretta si procede
con le lampade frontali. La partenza è subito in salita, e
questo è un motivo in più per calmare lo spirito agonistico e
procedere con relativa moderazione. Mano a mano che si sale
sulle pendici del monte Tantalus, il giorno si fa strada.
Purtroppo, però, le nuvole riempiono il cielo, e la visione di
una rossa alba tropicale ci viene negato. Ma c’è altro a cui
pensare! Innanzitutto occorre dosare opportunamente l’intensità
dello sforzo, tenendo ben presente la lunghezza della gara.
Inoltre è fondamentale cercare di memorizzare il percorso, per
avere meno problemi a seguire il percorso durante la notte. E
poi bisogna idratarsi adeguatamente fin dall’inizio. La
temperatura diurna si aggira sui 26°-27° (17°-18° le minime
notturne) e l’umidità è altissima, cosicché si suda veramente
tanto. Inoltre i ristori sono piuttosto distanti, fino a 12 km,
e quindi gli organizzatori richiedono che si esca da ogni punto
di rifornimento con almeno 1 litro d’acqua.
La pioggia
degli ultimi giorni ha lasciato tantissimo fango sul percorso,
oltre a bagnare le innumerevoli radici presenti sul sentiero. Il
percorso è diventato così ancora più tecnico e lento del solito;
i risultati finali lo confermano: il vincitore impiegherà 27 ore
e 25’ (2 ore e mezza più del record) ed i finisher della 100
miglia saranno solo 17 su 88 partenti, meno del 20 %. Oltre ai
parecchi ritirati, molti hanno scelto l’opzione dei 100 km: dopo
3 giri si poteva completare un breve anello per arrivare al
traguardo, oppure continuare venendo accreditati di un tempo
rilevato al ristoro successivo, attorno al 110° km.
Così è
stato per me: ho proseguito oltre i 100 km, accusando però un
dolore al ginocchio che ha rallentato enormemente la
progressione nel 4° giro, tanto da concluderlo quasi 2 ore dopo
il limite ammesso, in poco meno di 31 ore. Ma non la considero
affatto una sconfitta, anzi! Per me riuscire a stare in gara per
31 ore, percorrendo 128 km così impegnativi, è stata
un’esperienza assolutamente positiva. E’ stato anche un grande
balzo nella durata di una competizione, per me, considerando che
finora la mia gara più lunga, il Sentiero delle Grigne, era
stata di soli 47 km. E di questo fatto gli americani hanno riso
molto, dell’italiano che è passato in un sol colpo da 47 km a 80
miglia!
In una
prova così lunga i momenti di sconforto sono del tutto normali,
dovuti alla fatica, ai vari dolori muscolari ed articolari, al
sonno, alla difficoltà del percorso, alle condizioni ambientali.
Il senso della sfida, dal mio punto di vista, sta proprio nel
superare questi inevitabili momenti in cui viene voglia di
abbandonare tutto. E’ vero, io non ho portato a termine le 100
miglia, ma sono orgoglioso di aver fatto del mio meglio, di aver
dato tutto quello che potevo dare; soprattutto sono fiero di non
aver ceduto alla tentazione di fermarmi al traguardo dei 100 km,
che appare così seducente quando si è stanchi dopo tante ore di
corsa. Ebbene, in questo io vedo il senso di una prova così
lunga: ricercare una situazione che ci impegni al massimo, per
sperimentare quali sono le nostre reazioni di fronte alle
difficoltà che si presentano lungo il cammino, soprattutto agli
ostacoli che la nostra mente ci presenta come insormontabili.
Al
traguardo è stato molto piacevole chiacchierare con gli altri
concorrenti e gli organizzatori, riuniti assieme in un evento
così fuori dall’ordinario. In questi momenti la soddisfazione
per aver vissuto un’esperienza così coinvolgente supera di gran
lunga la fatica, il dolore e la mancanza di sonno. La stanchezza
si farà sentire più tardi, una volta raggiunto l’ostello in cui
alloggio: 15 ore consecutive a letto, fino al giorno dopo, per
recuperare le energie. Poi comincia la vacanza…
|