ULTRA RUNNING    by Flavio Dalbosco

 

MONT BLANC '07

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MONT BLANC

 

Per la terza volta mi trovo a Chamonix per il Tour du Mont Blanc. Nel 2005 questa è stata la mia prima (quasi) 100 miglia completata, sul filo del tempo massimo. L’anno scorso ho sofferto una bella crisi nel tratto elvetico, ma sono comunque riuscito a migliorare il personale di oltre 5 ore, finendo in poco più di 39 ore. Quest’anno desideravo fare una buona prestazione, in modo da concludere degnamente questo trittico al Mont Blanc, e così nella prossima edizione lasciare il posto ad un altro concorrente. Naturalmente questo è facile da dirsi, ma in una prova così lunga le incognite sono molte e basta poco per mandare a monte tutti i piani!

Arriviamo nella Place du Triangle de l’Amitié all’ultimo momento, e dobbiamo sistemarci in fondo al gruppone di oltre 2300 concorrenti. La partenza avviene così al rallentatore, ed impieghiamo parecchi minuti prima di poter cominciare a correre. Dopo pochi minuti Edo allunga il passo e scompare alla mia vista: sapendolo davanti, comincio piano piano a forzare il ritmo per cercare di raggiungerlo e poter correre in compagnia. A Les Houches il percorso comincia a salire, e mi trovo bene a camminare spedito con l’uso dei bastoncini. Dal Col de Voza si continua a salire verso La Charme, prima di buttarsi in picchiata verso Saint-Gervais. La discesa è semplice, ma molto lunga, e le gambe vengono già sollecitate in maniera notevole. A mio avviso questa nuova variante evita gli ingorghi che avvenivano in passato sui single track,  e me ne rallegro. Nessuna traccia di Edo: d’altra parte in discesa è più veloce e non posso pensare di recuperargli il distacco. Dopo Saint-Gervais cerco di correre tutti i tratti poco ripidi nella decina di km che conducono a Notre Dame de la Gorge: l’esperienza del Passatore torna molto utile in questa parte scorrevole. A La Balme effettuo la prima sosta al ristoro, per mangiucchiare qualcosa e riempire il camel bak, cercando comunque di fermarmi il meno possibile. Verso il Bonhomme mi rallegro di non avere attorno folle oceaniche e così riesco a mantenere agevolmente il mio ritmo. D’altronde, secondo quanto riferitomi da uno spettatore, dovrei trovarmi attorno alla 400^ posizione, molto più avanti di quanto mi sia mai accaduto in passato. Al Col du Bonhomme indosso la giacca anche se la temperatura non è poi così bassa: preferisco stare coperto piuttosto che patire il freddo! La discesa verso Les Chapieux è a tratti bagnata e scivolosa: nonostante tutta la prudenza, non riesco ad evitare un bel capitombolo. Subisco un trauma ad un dito della mano che mi darà fastidio per tutto il resto della gara, pur non essendo niente di grave. Breve sosta a Les Chapieux, prima di affrontare la lunga salita verso il Col de la Seigne, dove finalmente giungo dopo 10 ore esatte di gara. Non ricordo bene i parziali degli anni precedenti, ma questo tempo mi sembra buono, così rallento un po’ ed affronto con calma la discesa verso la val Veny.

Non ho ancora visto Edo, e comincia a nascere il sospetto che possa essere dietro a me, superato senza rendermene conto. Nell’ascesa verso l’Arète du Mont-Favre ho una grossa crisi di sonno, ed addirittura mi ritrovo a barcollare sul sentiero. Decido così di fermarmi qualche minuto: mi siedo su un sasso,appoggio la fronte alle ginocchia e chiudo gli occhi. Qualche altro concorrente, passando, mi rivolge la parola per sincerarsi sulle mie condizioni: li rassicuro senza aprire gli occhi. Quando mi sembra di aver recuperato un po’, mi rialzo. Sono passati pochi minuti, ma mi sento meglio, e nel frattempo il buio ha lasciato il posto alle prime luci del giorno. Ammiro affascinato l’alba sul Mont Blanc, e questa splendida visione mi ripaga ampiamente di tutta la fatica fatta fin qui! La discesa verso Dolonne è lunga, ma riesco a correrla a tratti, cosicché vi giungo piuttosto velocemente. Nell’arco di un quarto d’ora di sosta al ristoro riesco a cambiarmi e mangiare una pastasciutta, prima di ripartire verso il rifugio Bertone. La temperatura è ancora accettabile e la fatica non è eccessiva. Finalmente riesco a telefonare ad Edo, ed ho la conferma che si trova dietro a me: è ancora al ristoro, ma non sta bene e non sa se riuscirà a ripartire.  Poco dopo un sms mi informerà che ha gettato la spugna.

Il tratto che porta al rifugio Bonatti e poi ad Arnuva mi piace particolarmente, ed è un vero piacere correre su questi sentieri così panoramici! La salita al Gran Col Ferret è ripida e faticosa, ma rappresenta un punto importante, cioè lo sconfinamento in Svizzera. Le gambe sono ormai stanche e non riesco a correre in discesa come vorrei, e soprattutto nei tratti più ripidi mi devo accontentare di camminare con l’aiuto dei bastoncini! Nei pianori del fondovalle le cose vanno un po’ meglio e riesco a correre i tratti più scorrevoli. A Praz de Fort il ristoro è stato soppresso, ma rimango affascinato da alcuni ragazzini di non più di 8-9 anni che hanno allestito un tavolino ed offrono ai concorrenti l’acqua della fontana e piccole dosi di Coca–Cola. Non ci sono le folle di spettatori che caratterizzano la partenza da Chamonix ed i passaggi da Saint-Gervais o Les Contamines, ma il tifo e gli incoraggiamenti degli astanti fanno sempre piacere, soprattutto ora che la fatica ed i dolori vari cominciano a spadroneggiare! L’arrivo a Champex è caratterizzato da una sensazione difficile da spiegare, ma che ho provato qualche volta nelle ultra: all’improvviso la fatica sembra scomparire e ci si sente freschi e forti come non mai! A volte questo stato di grazia dura pochi istanti, e poco dopo si ricade nel baratro precedente; altre volte invece la sensazione di forza e leggerezza resiste per molte ore.

Riduco allo stretto indispensabile la sosta al ristoro, cambio le scarpe mentre mangio la pastasciutta, e poi sfrutto lo stato di grazia psico-fisico per affrontare il Bovine. Il sole è ancora relativamente alto, e sogno di arrivare a Trient prima delle tenebre. Nessun problema nella salita, ma in discesa le ginocchia fanno male e non riesco più a correre. Ciononostante arrivo al Col de la Forclaz prima di estrarre dallo zaino il frontalino. L’ascesa da Trient a Les Tseppes è l’ultima vera salita che ancora rimane, e pur essendo ripida non oppone grosse difficoltà. Patisco di più la discesa successiva, verso Vallorcine. Verso mezzanotte, mentre arrivo al ristoro mi giunge un sms di incoraggiamento da parte di Alberto: 2 anni fa entravamo assieme a Vallorcine sul filo del tempo massimo, impegnati a concludere la nostra prima vera gara lunga. Oggi sono decisamente più veloce: evidentemente ho preso un po’ meglio le misure alle 100 miglia! L’allenamento è sicuramente più curato e mirato, ma ora anche l’atteggiamento mentale è decisamente diverso dalla prima esperienza: ciononostante le emozioni sono ancora intense e profonde! Forzo l’andatura nel salire al Col des Montets: dopo quello che abbiamo passato questa asperità sembra quasi ridicola!

Le mie capacità di calcolo matematico sono sempre alterate durante le ultra, e solo mentre sto entrando ad Argentière mi rendo conto che c’è la possibilità di giungere al traguardo entro le 33 ore. Fino a quel momento le mie previsioni erano molto più abbondanti! Mi dico a voce alta che un’occasione del genere potrebbe non capitarmi più, e cerco quindi di impegnarmi al massimo in questi ultimi 10 km. Corro ogni metro di percorso che riesco a correre, nonostante le ginocchia facciano sempre più male. Questo tratto sembra non finire mai, non vedo le luci di Chamonix per capire dove sono, e solo la luna quasi piena davanti a me sembra indicarmi la via verso il traguardo. Improvvisamente il percorso nel buio finisce e mi ritrovo nei pressi del Village Coureurs: so che il traguardo è ormai a poche centinaia di metri. Sono particolarmente emozionato in quest’ultimo tratto, ma lo striscione dell’arrivo è ormai davanti a me. Nonostante siano le 3.30 di notte ci sono ancora parecchi spettatori ad applaudire ogni arrivo. Taglio il traguardo in 32 ore e 55 minuti.

Madame Poletti, l’organizzatrice di questo grandioso evento, stringe la mano a tutti i finishers, e mi chiede come sto: la prima cosa che mi viene in mente di dirle è “Je suis un peu fatigué!”. Lei sorride, e ribatte ”Seulement un peu?”. In effetti mi sento un po’ stupido ad averle detto una sciocchezza simile: la stanchezza è tanta, e i dolori alle ginocchia si fanno sentire anche quando mi siedo su una sedia. Però sono estremamente soddisfatto per la mia gara. Non avrei mai pensato di poter migliorare ancora così tanto: 6 ore meno dell’anno scorso! In 2 anni ho abbassato il personale di oltre 11 ore, nonostante il percorso sia adesso 5 km più lungo. Chissà, forse nelle ultramaratone invecchiando si migliora… Il grande Marco Olmo, che a 59 anni è stato il primo a tagliare il traguardo, sembra provare questa ipotesi!

 

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