|
|
MONT
BLANC
Per la
terza volta mi trovo a Chamonix per il Tour du Mont Blanc. Nel
2005 questa è stata la mia prima (quasi) 100 miglia completata,
sul filo del tempo massimo. L’anno scorso ho sofferto una bella
crisi nel tratto elvetico, ma sono comunque riuscito a
migliorare il personale di oltre 5 ore, finendo in poco più di
39 ore. Quest’anno desideravo fare una buona prestazione, in
modo da concludere degnamente questo trittico al Mont Blanc, e
così nella prossima edizione lasciare il posto ad un altro
concorrente. Naturalmente questo è facile da dirsi, ma in una
prova così lunga le incognite sono molte e basta poco per
mandare a monte tutti i piani!
Arriviamo
nella Place du Triangle de l’Amitié all’ultimo momento, e
dobbiamo sistemarci in fondo al gruppone di oltre 2300
concorrenti. La partenza avviene così al rallentatore, ed
impieghiamo parecchi minuti prima di poter cominciare a correre.
Dopo pochi minuti Edo allunga il passo e scompare alla mia
vista: sapendolo davanti, comincio piano piano a forzare il
ritmo per cercare di raggiungerlo e poter correre in compagnia.
A Les Houches il percorso comincia a salire, e mi trovo bene a
camminare spedito con l’uso dei bastoncini. Dal Col de Voza si
continua a salire verso La Charme, prima di buttarsi in
picchiata verso Saint-Gervais. La discesa è semplice, ma molto
lunga, e le gambe vengono già sollecitate in maniera notevole. A
mio avviso questa nuova variante evita gli ingorghi che
avvenivano in passato sui single track, e me ne rallegro.
Nessuna traccia di Edo: d’altra parte in discesa è più veloce e
non posso pensare di recuperargli il distacco. Dopo
Saint-Gervais cerco di correre tutti i tratti poco ripidi nella
decina di km che conducono a Notre Dame de la Gorge:
l’esperienza del Passatore torna molto utile in questa parte
scorrevole. A La Balme effettuo la prima sosta al ristoro, per
mangiucchiare qualcosa e riempire il camel bak, cercando
comunque di fermarmi il meno possibile. Verso il Bonhomme mi
rallegro di non avere attorno folle oceaniche e così riesco a
mantenere agevolmente il mio ritmo. D’altronde, secondo quanto
riferitomi da uno spettatore, dovrei trovarmi attorno alla 400^
posizione, molto più avanti di quanto mi sia mai accaduto in
passato. Al Col du Bonhomme indosso la giacca anche se la
temperatura non è poi così bassa: preferisco stare coperto
piuttosto che patire il freddo! La discesa verso Les Chapieux è
a tratti bagnata e scivolosa: nonostante tutta la prudenza, non
riesco ad evitare un bel capitombolo. Subisco un trauma ad un
dito della mano che mi darà fastidio per tutto il resto della
gara, pur non essendo niente di grave. Breve sosta a Les
Chapieux, prima di affrontare la lunga salita verso il Col de la
Seigne, dove finalmente giungo dopo 10 ore esatte di gara. Non
ricordo bene i parziali degli anni precedenti, ma questo tempo
mi sembra buono, così rallento un po’ ed affronto con calma la
discesa verso la val Veny.
Non ho
ancora visto Edo, e comincia a nascere il sospetto che possa
essere dietro a me, superato senza rendermene conto. Nell’ascesa
verso l’Arète du Mont-Favre ho una grossa crisi di sonno, ed
addirittura mi ritrovo a barcollare sul sentiero. Decido così di
fermarmi qualche minuto: mi siedo su un sasso,appoggio la fronte
alle ginocchia e chiudo gli occhi. Qualche altro concorrente,
passando, mi rivolge la parola per sincerarsi sulle mie
condizioni: li rassicuro senza aprire gli occhi. Quando mi
sembra di aver recuperato un po’, mi rialzo. Sono passati pochi
minuti, ma mi sento meglio, e nel frattempo il buio ha lasciato
il posto alle prime luci del giorno. Ammiro affascinato l’alba
sul Mont Blanc, e questa splendida visione mi ripaga ampiamente
di tutta la fatica fatta fin qui! La discesa verso Dolonne è
lunga, ma riesco a correrla a tratti, cosicché vi giungo
piuttosto velocemente. Nell’arco di un quarto d’ora di sosta al
ristoro riesco a cambiarmi e mangiare una pastasciutta, prima di
ripartire verso il rifugio Bertone. La temperatura è ancora
accettabile e la fatica non è eccessiva. Finalmente riesco a
telefonare ad Edo, ed ho la conferma che si trova dietro a me: è
ancora al ristoro, ma non sta bene e non sa se riuscirà a
ripartire. Poco dopo un sms mi informerà che ha gettato la
spugna.
Il tratto
che porta al rifugio Bonatti e poi ad Arnuva mi piace
particolarmente, ed è un vero piacere correre su questi sentieri
così panoramici! La salita al Gran Col Ferret è ripida e
faticosa, ma rappresenta un punto importante, cioè lo
sconfinamento in Svizzera. Le gambe sono ormai stanche e non
riesco a correre in discesa come vorrei, e soprattutto nei
tratti più ripidi mi devo accontentare di camminare con l’aiuto
dei bastoncini! Nei pianori del fondovalle le cose vanno un po’
meglio e riesco a correre i tratti più scorrevoli. A Praz de
Fort il ristoro è stato soppresso, ma rimango affascinato da
alcuni ragazzini di non più di 8-9 anni che hanno allestito un
tavolino ed offrono ai concorrenti l’acqua della fontana e
piccole dosi di Coca–Cola. Non ci sono le folle di spettatori
che caratterizzano la partenza da Chamonix ed i passaggi da
Saint-Gervais o Les Contamines, ma il tifo e gli incoraggiamenti
degli astanti fanno sempre piacere, soprattutto ora che la
fatica ed i dolori vari cominciano a spadroneggiare! L’arrivo a
Champex è caratterizzato da una sensazione difficile da
spiegare, ma che ho provato qualche volta nelle ultra:
all’improvviso la fatica sembra scomparire e ci si sente freschi
e forti come non mai! A volte questo stato di grazia dura pochi
istanti, e poco dopo si ricade nel baratro precedente; altre
volte invece la sensazione di forza e leggerezza resiste per
molte ore.
Riduco
allo stretto indispensabile la sosta al ristoro, cambio le
scarpe mentre mangio la pastasciutta, e poi sfrutto lo stato di
grazia psico-fisico per affrontare il Bovine. Il sole è ancora
relativamente alto, e sogno di arrivare a Trient prima delle
tenebre. Nessun problema nella salita, ma in discesa le
ginocchia fanno male e non riesco più a correre. Ciononostante
arrivo al Col de la Forclaz prima di estrarre dallo zaino il
frontalino. L’ascesa da Trient a Les Tseppes è l’ultima vera
salita che ancora rimane, e pur essendo ripida non oppone grosse
difficoltà. Patisco di più la discesa successiva, verso
Vallorcine. Verso mezzanotte, mentre arrivo al ristoro mi giunge
un sms di incoraggiamento da parte di Alberto: 2 anni fa
entravamo assieme a Vallorcine sul filo del tempo massimo,
impegnati a concludere la nostra prima vera gara lunga. Oggi
sono decisamente più veloce: evidentemente ho preso un po’
meglio le misure alle 100 miglia! L’allenamento è sicuramente
più curato e mirato, ma ora anche l’atteggiamento mentale è
decisamente diverso dalla prima esperienza: ciononostante le
emozioni sono ancora intense e profonde! Forzo l’andatura nel
salire al Col des Montets: dopo quello che abbiamo passato
questa asperità sembra quasi ridicola!
Le mie
capacità di calcolo matematico sono sempre alterate durante le
ultra, e solo mentre sto entrando ad Argentière mi rendo conto
che c’è la possibilità di giungere al traguardo entro le 33 ore.
Fino a quel momento le mie previsioni erano molto più
abbondanti! Mi dico a voce alta che un’occasione del genere
potrebbe non capitarmi più, e cerco quindi di impegnarmi al
massimo in questi ultimi 10 km. Corro ogni metro di percorso che
riesco a correre, nonostante le ginocchia facciano sempre più
male. Questo tratto sembra non finire mai, non vedo le luci di
Chamonix per capire dove sono, e solo la luna quasi piena
davanti a me sembra indicarmi la via verso il traguardo.
Improvvisamente il percorso nel buio finisce e mi ritrovo nei
pressi del Village Coureurs: so che il traguardo è ormai a poche
centinaia di metri. Sono particolarmente emozionato in quest’ultimo
tratto, ma lo striscione dell’arrivo è ormai davanti a me.
Nonostante siano le 3.30 di notte ci sono ancora parecchi
spettatori ad applaudire ogni arrivo. Taglio il traguardo in 32
ore e 55 minuti.
Madame
Poletti, l’organizzatrice di questo grandioso evento, stringe la
mano a tutti i finishers, e mi chiede come sto: la prima cosa
che mi viene in mente di dirle è “Je suis un peu fatigué!”. Lei
sorride, e ribatte ”Seulement un peu?”. In effetti mi sento un
po’ stupido ad averle detto una sciocchezza simile: la
stanchezza è tanta, e i dolori alle ginocchia si fanno sentire
anche quando mi siedo su una sedia. Però sono estremamente
soddisfatto per la mia gara. Non avrei mai pensato di poter
migliorare ancora così tanto: 6 ore meno dell’anno scorso! In 2
anni ho abbassato il personale di oltre 11 ore, nonostante il
percorso sia adesso 5 km più lungo. Chissà, forse nelle
ultramaratone invecchiando si migliora… Il grande Marco Olmo,
che a 59 anni è stato il primo a tagliare il traguardo, sembra
provare questa ipotesi!
|