|
|
MONT
BLANC
Chamonix,
agosto 2005.
Per la
terza volta quest’anno mi ritrovo alla partenza di
un’ultramaratona. Dopo le esperienze sulle 100 miglia alle
Hawaii ed in Germania, stavolta la distanza è pressoché uguale.
La strategia di corsa, però, è ben diversa: impostare sin
dall’inizio un ritmo moderato, tale da poter essere mantenuto
lungo tutto il percorso. Infatti, nelle precedenti gare
l’insorgenza di dolori muscolari a ginocchio ed anca mi ha
costretto al ritiro, cosicché oggi mi presento al via munito dei
bastoncini, ma soprattutto armato di una grande dose di umiltà,
che sarà la chiave del successo di questa esperienza! 158 km,
con 8600 metri di dislivello positivo, sono decisamente tanti, e
non è il caso di sovrastimare le proprie forze, se non voglio
rischiare di dover abbandonare anzitempo questa esperienza.
La
partenza è sempre un momento emozionante, specialmente in mezzo
ad altri 2000 concorrenti, e con un folto pubblico attorno ad
applaudire. La tensione si scioglie però ben presto, poco dopo
il via, quando finalmente si entra in azione e le gambe
cominciano a girare.. Lo spettacolo tutt’attorno è affascinante,
le cime dei monti si arrossano al tramonto mentre osservano
dall’alto il fiume umano che corre verso la notte; il pubblico è
numeroso in tutti i borghi attraversati, e le incitazioni si
susseguono.
Durante la
prima salita, verso il Col Voza, calano le tenebre, e le lampade
frontali dei concorrenti si accendono, per formare una
spettacolare fiaccolata di 2000 luci che si snoda sul sentiero.
Questo serpentone di lampade sarà una delle note più pittoresche
ed inconsuete di questa prima notte. Naturalmente le tenebre
nascondono i particolari del paesaggio, ma l’atmosfera magica
creata da innumerevoli lumicini in lento movimento sulle pendici
dei monti ripaga in buona parte della mancanza della visione
diurna… e come spesso succede, le cose intraviste ed immaginate
sono più attraenti ed eccitanti di quelle ostentate!
Sono
piuttosto stupito ad osservare come molti altri concorrenti
affrontano le discese, a velocità decisamente superiore alla
mia! Già in condizioni normali non sono molto lesto in discesa,
ma soprattutto qui sono estremamente prudente. Pensando a tutto
il cammino che rimane da percorrere riesco a soffocare la
tentazione di scendere più veloce! Correndo assieme a tanti
altri è facile farsi coinvolgere dall’entusiasmo collettivo e
tenere un passo superiore alle proprie possibilità. In una prova
così lunga un errore del genere può costare caro, portando
all’esaurimento delle energie o all’insorgenza di problemi
muscolari e articolari. Infatti oltre il 60% dei partenti non
giungerà al traguardo finale di Chamonix: probabilmente molti
dei ritirati per problemi di varia natura avrebbero potuto
terminare il percorso con una tattica di gara più prudente…
Le ultime
rampe per giungere al Col de la Seigne mi affaticano molto, ed
al passo mi siedo qualche istante a riposare ed ammirare le
prime luci dell’alba che rischiarano la Val Veny. In discesa,
finalmente senza più il bisogno del frontalino, ritrovo le
energie e soprattutto il divertimento. Una prova di endurance
non deve essere necessariamente associata alla sofferenza: non
avendo particolari obiettivi cronometrici ci si può anche
divertire, provare gioia nel percorrere bei sentieri in un
ambiente maestoso! Sono felice di essere qui, e cerco di gustare
il più possibile il momento presente: il vantaggio di una prova
di 150 km è che si ha più tempo per apprezzare la corsa rispetto
alle gare corte!
Nella
discesa verso Courmayeur trovo Marco, conosciuto in tante
skyrace: purtroppo lamenta dolore ad un ginocchio e medita di
ritirarsi… Fortunatamente più tardi cambierà idea! Infatti mi
raggiunge dopo il rifugio Bertone, in un momento in cui mi sento
molto stanco: ritrovare un compagno di ventura mi aiuta molto a
superare la piccola crisi che mi aveva colto, e così si prosegue
assieme scambiando qualche parola in italiano, in mezzo a tanti
corridori francesi. Ad Arnuva, in fondo alla Val Ferret, ci sono
due novità. La prima, positiva, è che ci raggiunge Alberto,
amico di Marco. L’altra, meno piacevole, è che comincia a
piovere. Così, sotto una pioggia non forte ma insistente, ci
incamminiamo in tre verso il Grand Col Ferret. La salita è
ripida ed il terreno diventa fangoso e scivoloso, caratteristica
che purtroppo riguarderà buona parte del percorso che ancora ci
aspetta. La discesa in territorio elvetico è straordinariamente
lunga, ed in più alcuni saliscendi e tratti a mezzacosta
piuttosto insidiosi mi affaticano parecchio. Bisogna anche
considerare che siamo in corsa da oltre 24 ore quando calano le
tenebre per la seconda volta, e la stanchezza accumulata fin qui
comincia a farsi sentire! Così la salita verso Champex mi
risulta oltremodo pesante, con il solo sollievo di sapere che
tra poco sarà possibile sdraiarsi e riposare un po’.
Arriviamo
al ristoro, ospitato in un bunker, dopo la mezzanotte. Riusciamo
a mangiare un decente piatto di pasta prima di trovare posto
sulle brande: appena il tempo di appoggiare la testa sul
cuscino, e sprofondo subito in un graditissimo sonno! Purtroppo
ci possiamo concedere solo un’ora e mezza di sonno, in quanto
bisogna rispettare i limiti orari, che prevedono si debba
ripartire da Champex entro le ore 3.30. Il riposo è stato
veramente ristoratore, e ripartiamo verso la prossima salita, il
Bovine, baldanti e pieni di energia (perlomeno rispetto allo
stato in cui siamo arrivati al ristoro). Continua a piovere, e
il sentiero, oltre che ripido e sassoso, è anche molto
scivoloso.
Nella
discesa verso Trient ritornano le luci dell’alba, ed allo stesso
tempo smette finalmente di piovere: finalmente mi rendo conto
che dovrei riuscire senza problemi a rispettare i prossimi
cancelli orari, e che il traguardo, si fa per dire, è a portata
di mano! Questa sensazione di capire che riuscirò a portare a
termine la corsa mi provoca una certa emozione, ma anche questo
fa parte di quella splendida esperienza che è correre un’ultra!
Marco,
veterano di questa prova, ha pienamente superato i dolori al
ginocchio e allunga il passo in discesa, volando verso il
miglioramento del suo tempo dell’anno scorso. Alberto, invece,
ha male ai piedi, ed è costretto a scendere con molta cautela.
Decido di aspettare Alberto e di arrivare al traguardo assieme.
L’unica cosa importante per me è riuscire ad arrivare a
Chamonix, senza nessun assillo riguardo il tempo impiegato. Così
procediamo alternando momenti spensierati e qualche
preoccupazione circa il rispetto dei cancelli orari, che
costringe Alberto ad accelerare il ritmo nonostante i dolori.
Dopo
Vallorcine, gli ultimi 15 km sono quasi una marcia trionfale: il
sole è tornato ad illuminare le montagne, e dall’alto il Monte
Bianco sembra osservare divertito i piccoli uomini stanchi che
hanno osato circumnavigarlo tutto d’un fiato.
Ad un
tratto il sentiero lascia il posto ad una strada asfaltata:
siamo ormai a Chamonix, e le ultime centinaia di metri sono
dedicate a rispondere agli applausi dei molti spettatori che
assiepati lungo il percorso attendono pazientemente fino
all’ultimo concorrente per incitarlo ed incoraggiarlo.
Finalmente, dopo 44 ore e 20 minuti (con ancora 40’ di margine
sul tempo massimo), Alberto ed io ci presentiamo nuovamente
sotto lo striscione che ci aveva visti partire due giorni prima.
Giungiamo al traguardo mentre si stanno svolgendo le premiazioni
dei vincitori, arrivati un giorno prima di noi, ma questo non
riduce affatto la mia gioia per essere riuscito a concludere una
prova così impegnativa. Stringo la mano ad Alberto e ci
complimentiamo a vicenda: la prima ultra-maratona è stata
portata a termine, e festeggiamo brindando con una birra proprio
sotto lo striscione d’arrivo!
|