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MONT BLANC 2006
Avevo immaginato
diversamente questa prova. Averla già conclusa l’anno scorso,
seppur quasi al limite del tempo consentito, mi aveva dato tanta
fiducia nelle mie possibilità. Oltre a ciò, anche la recente
esperienza all’Hardrock, in Colorado, mi aveva quasi fatto
pensare che non ci sarebbe stato alcun problema ad arrivare a
Chamonix. Mi ero addirittura sbilanciato a prevedere un super
tempo attorno alle 36 ore.
In effetti, nei primi
100 km tutto è filato relativamente liscio e tranquillo, la
fatica ed i dolori muscolari erano sotto controllo. Certamente
le gambe erano stanche e correre in discesa mi risultava ormai
quasi impossibile, ma stavo rispettando la tabella delle 36 ore
e Chamonix sembrava quasi dietro l’angolo…. Le cose sono poi
andate in un altro modo.
La crisi è
sopraggiunta in Svizzera, nell’infinita vallata che segue il
Grand Col Ferret. Nel tratto tra La Fouly e Praz de Fort,
improvvisamente mi ritrovo vuoto, scarico di energia. Giovedì,
vigilia della gara, problemi di stomaco mi hanno impedito di
mangiare per tutta la giornata, e forse quella carenza si sta
manifestando adesso. Inoltre comincia a piovere, e ricordando
dall’anno scorso il terreno fangoso e viscido sul Bovine, so
bene quanta fatica mi aspetta ancora da qui al traguardo! La
volontà di andare avanti comincia a vacillare. A Praz de Fort
cerco di recuperare un briciolo di energia avvolto in una
coperta: un giovane francese mi chiede se intendo ritirarmi
anch’io, come lui ha deciso di fare. Cerco di spiegargli che c’è
ancora un sacco di tempo a disposizione, e che prima di mollare
intendo raggiungere Champex e dormire un po’. Non devo essere
stato molto convincente, ed il ragazzo rimane al ristoro mentre
io mi allontano lentamente sotto la pioggia. Mi sembra di stare
un po’ meglio, dopo la breve sosta, ma non appena il sentiero
ricomincia a salire le gambe sembrano rifiutarsi di procedere
oltre. Nel frattempo cala l’oscurità, e così raggiungo Champex
col frontalino acceso. Provo a mangiare, ma credo che questa sia
la peggior pastasciutta che abbia mai assaggiato in vita mia, un
informe ammasso colloso che il mio corpo rifiuta sdegnosamente!
Raggiungo così i dormitori, dove posso sdraiarmi al caldo.
Finalmente! Come sto bene, coricato al caldo ed all’asciutto! Mi
concedo un’ora esatta di sonno, fino al suono della sveglia. In
effetti, ritardo l’alzata di qualche minuto: ancora non so se
riuscirò ad andare avanti o se dovrò ritirarmi, e così indugio
un po’ più a lungo avvolto nel tepore delle coperte. Poi mi
decido, mi alzo e mi preparo per uscire. Alle 23.30, due ore
dopo l’arrivo al ristoro, sono di nuovo in marcia.
Chamonix è ancora
lontana, ma mi sento decisamente meglio, e ricomincio a
divertirmi, ad essere felice di essere qui. Sono nuovamente
nello spirito giusto per affrontare una notte tra pioggia e
fango: in questo momento non vorrei essere in nessun altro posto
al mondo! Cerco il più possibile di affrontare la salita al
Bovine da solo, lontano dagli altri corridori, per assaporare
fino in fondo la magia di questo fugace attimo di armonia con
l’ambiente esterno. Fatica, buio, pioggia e fango: una
situazione che in altri casi potrebbe sembrare disperata, in
questo momento appare magica! Stranezze delle ultra: in certi
momenti ci si ritrova a vivere esperienze difficilmente
immaginabili nella vita quotidiana. Ma probabilmente sono
proprio queste situazioni inabituali che portano ad una miglior
comprensione di sé stessi.
Nella discesa verso
Trient mi accodo ad altri concorrenti per avere una miglior
visione del percorso, ma nella successiva salita verso Les
Tseppes mi ritrovo nuovamente da solo a forzare il passo con un
ritmo forsennato. Il sentiero verso Vallorcine è a tratti molto
scivoloso, ma ormai si sente il dolce profumo dell’arrivo a
portata di mano… Le prime luci dell’alba filtrano tra le nubi e
rischiarano fiocamente il paesaggio circostante. Sul Col de
Montets piove ancora, ma appena tornati in territorio francese
il tempo lentamente si ristabilisce. Quando giungo in prossimità
di Chamonix appare addirittura il sole, quasi a volermi onorare
con la sua presenza nello sprint conclusivo. In effetti gli
ultimi chilometri li percorro di gran lena, superando numerosi
altri concorrenti più stanchi e doloranti di me. Sono le 10 di
mattina della domenica, e parecchia gente lungo la strada
applaude ed incita i corridori: quasi non riesco a credere di
essere veramente riuscito a portare a termine un percorso così
lungo. La crisi di stanchezza e sonno di ieri sera sembra
lontanissima, ed ora mi sento pieno di energie come non mai.
Sono felice di aver tenuto duro nei momenti di sconforto vissuti
per raggiungere Champex, e adesso assaporo pienamente un arrivo
tra gli applausi di volti sconosciuti ma amichevoli. Il
cronometro indica 39 ore e 5 minuti: molto più di quanto avevo
sognato, ma non sono dispiaciuto. Ho raggiunto il mio traguardo,
e sono felice.
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