ULTRA RUNNING    by Flavio Dalbosco

 

SPARTATHLON  '08

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 Spartathlon

“Memento audere semper”: ricordati di osare sempre, raccomandava D’Annunzio. Sto pensando che però stavolta ho forse osato troppo. Mi trovo ai piedi dell’Acropoli di Atene, è ancora buio, e tra qualche minuto verrà dato il via alla Spartathlon. Questa celebre gara ricorda le gesta di Filippide, che secondo le cronache del tempo, nel 490 A.C. corse da Atene a Sparta per chiedere aiuto agli spartani. La competizione attuale è lunga 246 km, e da molti è considerata la regina delle ultramaratone su strada. Tra i tanti concorrenti che mi circondano riconosco alcuni grandi campioni, il vincitore delle ultime due edizioni Scott Jurek, Valmir Nunes, Mark Godale, oltre all’élite dell’ultramaratona italiana. Mi sento un po’ fuori posto al cospetto di così tanti grandi atleti, ma nel contempo sono impaziente di partire e curioso di vedere cosa mi aspetta lungo la strada.

Il conto alla rovescia collettivo libera finalmente la tensione accumulata negli ultimi mesi: si parte! Dall’altura dell’Acropoli si scende dolcemente per tuffarsi nel caotico traffico di Atene. I vigili agevolano il passaggio dei podisti bloccando gli automobilisti, che però spesso manifestano la loro insofferenza suonando il clacson: i ritmi metropolitani mal si adattano alla velocità degli ultramaratoneti! Lentamente il gruppo allungato scivola verso la periferia e le raffinerie prima di raggiungere il mare. La strada litoranea è molto spettacolare e correre immersi in questo ambiente è un puro piacere! Non perdo l’occasione di scattare qualche foto per immortalare la bellezza del panorama, e per poter in seguito ricordare la gioia che sto provando in questo momento: sono felice di essere protagonista di questo grande evento. Credo sia riduttivo considerare la Spartathlon una semplice gara: per la stragrande maggioranza dei concorrenti la sfida consiste essenzialmente nel cercare di raggiungere Sparta, indipendentemente dal tempo impiegato. Sicuramente è così per me: farò del mio meglio, ma non so se questo sarà sufficiente per arrivare al traguardo.

Con lo sgranarsi del percorso ognuno imposta il proprio ritmo, e così mi ritrovo a percorrere tratti più o meno lunghi con altri podisti: all’inizio Annemarie,  poi Piero e quindi Gabriele. In compagnia si cerca di svagarsi chiacchierando ed evitando così di pensare a quanto lunga è ancora la strada davanti a noi. E’ meglio cercare di gustare il momento presente senza preoccuparsi per quello che potrà succedere più avanti: qui come nella vita quotidiana. Ecco, sto pensando alle similitudini tra l’ ultramaratona e la vita di ogni giorno, e a quanto l’atteggiamento positivo imparato in corsa possa tornare utile una volta tornati a casa…

A Corinto superiamo il canale, che merita ben qualche foto ricordo, e subito dopo si trova il primo ristoro completo, con tanto di pastasciutta commestibile. In tutta questa prima parte ho cercato di mantenere un ritmo facile, inserendo frequenti tratti al passo per sprecare meno energie possibile. In questo modo, però, sono sempre piuttosto vicino al tempo limite (ogni check point ha un proprio orario di chiusura, ed i tempi non sono affatto generosi). I polpacci si fanno un po’ sentire, ma finora non ho veri dolori muscolari o articolari, e me ne compiaccio. Al km 105 recupero il frontalino e qualche capo d’abbigliamento per la notte, e prima di ripartire verso la notte incombente saluto Gabriele ed Enrico che hanno deciso di ritirarsi proprio qui. Il percorso riserva continui saliscendi anche piuttosto ripidi, molto più di quanto mi sarei aspettato osservando il profilo altimetrico ufficiale: ne approfitto volentieri per camminare lungo le salite. La notte scorre tranquilla sotto il cielo stellato, e la quiete favorisce l’accavallarsi di pensieri e riflessioni mentre le gambe fanno il loro lavoro e macinano passo dopo passo. Piano piano mi avvicino al Sangas Pass, la massima asperità del percorso. Dapprima la strada asfaltata si inerpica a tornanti, poi improvvisamente ci si trova su un vero sentiero di montagna. Mi sento a casa, e mi arrampico veloce superando numerosi altri concorrenti evidentemente poco abituati a simili terreni. In questo tratto non sento stanchezza né dolori, solo un’ indescrivibile sensazione di forza che mi aiuta ad andare avanti in armonia con tutto ciò che mi circonda… Mi sembra di vivere un’allucinazione, ma estremamente dolce e piacevole. Attimi di magia che valgono da soli la partecipazione ad un’ultra!

Al temine della discesa, al km 172, si trova il villaggio di Nestani. Ormai è l’alba, ed approfittando dei materassini stesi a terra mi concedo una decina di minuti di riposo sdraiato, prima di ripartire nella gelida aria mattutina. Ad uno dei successivi ristori incontro Carmelo, e proseguiamo assieme per una ventina di km. La fatica adesso mi sta schiacciando, e tutti i trucchi che ho cercato di applicare fin dalla partenza per distoglierne il pensiero sembrano non funzionare più. Al 200° km, su una salita ripida ed inaspettatamente lunga, vado in crisi. Vedo Carmelo che si allontana sempre più davanti a me, mentre le mie gambe non riescono più a girare. Mi sembra di aver finito di colpo la benzina: le gambe non fanno male, ma sono scariche, senza più energia. Mi trascino avanti, sperando in un recupero, ma per percorrere i 4 km tra il 202 ed il 206 impiego quasi un’ora! Al check point provo a sdraiarmi un po’, ma ho solo un quarto d’ora di margine sul tempo limite. Dopo qualche minuto i giudici mi chiedono di ripartire oppure di consegnare il pettorale: provo a rialzarmi in piedi, ma le gambe sono desolatamente vuote. Mi sento esaurito, e non me la sento di ripartire verso Sparta in queste condizioni: non ho nessuna possibilità di raggiungere il prossimo ristoro in tempo utile.

A malincuore mi tolgo il numero dalla maglietta, e mi sdraio di nuovo sull’erba. Ad occhi chiusi sento la tristezza per dover abbandonare l’avventura a meno di 40 km dal traguardo. Non sono deluso, ho fatto quel che potevo ma non è bastato. Forse ho puntato troppo in alto, e la Spartathlon è al di là delle mie possibilità attuali. L’esperienza valeva comunque la pena di essere vissuta. E almeno ci ho provato!

 

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