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Spartathlon
“Memento
audere semper”: ricordati di osare sempre, raccomandava
D’Annunzio. Sto pensando che però stavolta ho forse osato
troppo. Mi trovo ai piedi dell’Acropoli di Atene, è ancora buio,
e tra qualche minuto verrà dato il via alla Spartathlon. Questa
celebre gara ricorda le gesta di Filippide, che secondo le
cronache del tempo, nel 490 A.C. corse da Atene a Sparta per
chiedere aiuto agli spartani. La competizione attuale è lunga
246 km, e da molti è considerata la regina delle ultramaratone
su strada. Tra i tanti concorrenti che mi circondano riconosco
alcuni grandi campioni, il vincitore delle ultime due edizioni
Scott Jurek, Valmir Nunes, Mark Godale, oltre all’élite
dell’ultramaratona italiana. Mi sento un po’ fuori posto al
cospetto di così tanti grandi atleti, ma nel contempo sono
impaziente di partire e curioso di vedere cosa mi aspetta lungo
la strada.
Il conto alla
rovescia collettivo libera finalmente la tensione accumulata
negli ultimi mesi: si parte! Dall’altura dell’Acropoli si scende
dolcemente per tuffarsi nel caotico traffico di Atene. I vigili
agevolano il passaggio dei podisti bloccando gli automobilisti,
che però spesso manifestano la loro insofferenza suonando il
clacson: i ritmi metropolitani mal si adattano alla velocità
degli ultramaratoneti! Lentamente il gruppo allungato scivola
verso la periferia e le raffinerie prima di raggiungere il mare.
La strada litoranea è molto spettacolare e correre immersi in
questo ambiente è un puro piacere! Non perdo l’occasione di
scattare qualche foto per immortalare la bellezza del panorama,
e per poter in seguito ricordare la gioia che sto provando in
questo momento: sono felice di essere protagonista di questo
grande evento. Credo sia riduttivo considerare la Spartathlon
una semplice gara: per la stragrande maggioranza dei concorrenti
la sfida consiste essenzialmente nel cercare di raggiungere
Sparta, indipendentemente dal tempo impiegato. Sicuramente è
così per me: farò del mio meglio, ma non so se questo sarà
sufficiente per arrivare al traguardo.
Con lo
sgranarsi del percorso ognuno imposta il proprio ritmo, e così
mi ritrovo a percorrere tratti più o meno lunghi con altri
podisti: all’inizio Annemarie, poi Piero e quindi Gabriele. In
compagnia si cerca di svagarsi chiacchierando ed evitando così
di pensare a quanto lunga è ancora la strada davanti a noi. E’
meglio cercare di gustare il momento presente senza preoccuparsi
per quello che potrà succedere più avanti: qui come nella vita
quotidiana. Ecco, sto pensando alle similitudini tra l’
ultramaratona e la vita di ogni giorno, e a quanto
l’atteggiamento positivo imparato in corsa possa tornare utile
una volta tornati a casa…
A Corinto
superiamo il canale, che merita ben qualche foto ricordo, e
subito dopo si trova il primo ristoro completo, con tanto di
pastasciutta commestibile. In tutta questa prima parte ho
cercato di mantenere un ritmo facile, inserendo frequenti tratti
al passo per sprecare meno energie possibile. In questo modo,
però, sono sempre piuttosto vicino al tempo limite (ogni check
point ha un proprio orario di chiusura, ed i tempi non sono
affatto generosi). I polpacci si fanno un po’ sentire, ma finora
non ho veri dolori muscolari o articolari, e me ne compiaccio.
Al km 105 recupero il frontalino e qualche capo d’abbigliamento
per la notte, e prima di ripartire verso la notte incombente
saluto Gabriele ed Enrico che hanno deciso di ritirarsi proprio
qui. Il percorso riserva continui saliscendi anche piuttosto
ripidi, molto più di quanto mi sarei aspettato osservando il
profilo altimetrico ufficiale: ne approfitto volentieri per
camminare lungo le salite. La notte scorre tranquilla sotto il
cielo stellato, e la quiete favorisce l’accavallarsi di pensieri
e riflessioni mentre le gambe fanno il loro lavoro e macinano
passo dopo passo. Piano piano mi avvicino al Sangas Pass, la
massima asperità del percorso. Dapprima la strada asfaltata si
inerpica a tornanti, poi improvvisamente ci si trova su un vero
sentiero di montagna. Mi sento a casa, e mi arrampico veloce
superando numerosi altri concorrenti evidentemente poco abituati
a simili terreni. In questo tratto non sento stanchezza né
dolori, solo un’ indescrivibile sensazione di forza che mi aiuta
ad andare avanti in armonia con tutto ciò che mi circonda… Mi
sembra di vivere un’allucinazione, ma estremamente dolce e
piacevole. Attimi di magia che valgono da soli la partecipazione
ad un’ultra!
Al temine
della discesa, al km 172, si trova il villaggio di Nestani.
Ormai è l’alba, ed approfittando dei materassini stesi a terra
mi concedo una decina di minuti di riposo sdraiato, prima di
ripartire nella gelida aria mattutina. Ad uno dei successivi
ristori incontro Carmelo, e proseguiamo assieme per una ventina
di km. La fatica adesso mi sta schiacciando, e tutti i trucchi
che ho cercato di applicare fin dalla partenza per distoglierne
il pensiero sembrano non funzionare più. Al 200° km, su una
salita ripida ed inaspettatamente lunga, vado in crisi. Vedo
Carmelo che si allontana sempre più davanti a me, mentre le mie
gambe non riescono più a girare. Mi sembra di aver finito di
colpo la benzina: le gambe non fanno male, ma sono scariche,
senza più energia. Mi trascino avanti, sperando in un recupero,
ma per percorrere i 4 km tra il 202 ed il 206 impiego quasi
un’ora! Al check point provo a sdraiarmi un po’, ma ho solo un
quarto d’ora di margine sul tempo limite. Dopo qualche minuto i
giudici mi chiedono di ripartire oppure di consegnare il
pettorale: provo a rialzarmi in piedi, ma le gambe sono
desolatamente vuote. Mi sento esaurito, e non me la sento di
ripartire verso Sparta in queste condizioni: non ho nessuna
possibilità di raggiungere il prossimo ristoro in tempo utile.
A malincuore
mi tolgo il numero dalla maglietta, e mi sdraio di nuovo
sull’erba. Ad occhi chiusi sento la tristezza per dover
abbandonare l’avventura a meno di 40 km dal traguardo. Non sono
deluso, ho fatto quel che potevo ma non è bastato. Forse ho
puntato troppo in alto, e la Spartathlon è al di là delle mie
possibilità attuali. L’esperienza valeva comunque la pena di essere
vissuta. E almeno ci ho provato!
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